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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

Questa problematica è stata sollevata da Corinne Maier, psicanalista autrice del best seller “Bonjour paresse” (Buon giorno pigrizia) con l’intento di scioccare le donne. La Maier è fautrice della generazione “No-kid” (niente figli), per cui i figli sarebbero degli intralci, spesso amati  ma egualmente intralci. “Non avrete più tempo  per voi” – avverte la psicanalista – o “Saranno un impedimento alla vostra carriera”, “Nuoceranno pure alla vostra vita di coppia”. La Maier non critica la voglia di avere figli in chi ce l’ha, ma vuole difendere il principio che la donna non si realizza “solo” nella maternità e che il non sentirne il bisogno è altrettanto lecito. Molti inorridiscono ovviamente di fronte alla filosofia “no-kid” per motivi essenzialmente religiosi (o anche senza una precisa ragione). “Chi sceglie di non avere bambini − insiste la Maier – perché dovrebbe sentirsi un mostro?”. Tra l’altro, la scelta aprioristica del no-kid viene considerata riprovevole specie tra le classi popolari e nei paesini, dove religione e tradizioni contano di più, mentre é oggetto di attenzione molto minore nei grandi centri o se si tratta di donne vip. Anche in Italia ci sono donne “arrivate” esplicitamente no-kid e non si sognano affatto di giustificarsi.  Tra i personaggi più noti (l’avv. Bongiorno,  la giornalista Tiziana Maiolo, la olimpionica Di Centa, la discendente di Monna Lisa Natalia Strozzi, la politica Mercedes Bresso) citiamo la scrittrice Susanna Tamaro che non si vergogna affatto della sua scelta: ”Non ho mai voluto figli, ricordo che quando da ragazzina le mie amiche sognavano la maternità, io restavo fredda, non me ne importava niente”. “I figli possono essere desiderati – ha affermato in un intervista la sociologa Eva Cantarella − ma io, non ho mai sentito questo desiderio, non mi pento e non mi sento un mostro”. Convinzione condivisa dalla opinionista Candida Morvillo: “Il mio orologio biologico non è mai scattato. Ho preferito il lavoro, i viaggi, gli amici”. Nella pratica medica si incontrano tipologie alquanto eterogenee. Si incontrano donne felici “solo” perché madri, o madri infelici lasciate dal coniuge “trascurato” proprio a causa dei figli, o donne realizzate in carriera, nate geneticamente no-kid, o anelanti a un lavoro incompatibile con l’allevare figli. Poche, infine, confessano un rapporto totalizzante con il partner, così passionale da temere che la maternità lo avrebbe potuto intaccare. Per una donna che si creda destinata “solo” a procreare, o che si senta attratta “solo” dalla carriera o da una vita sentimentale “solo” a due, sarebbe comunque importante conoscersi a priori, cercando di essere molto sincera con sé stessa (ardua impresa!), scevra di influenze e condizionamenti di qualsiasi tipo. Una scelta sbagliata potrebbe costare cara. Provocazione conclusiva: e il no-kid delle suore come  inquadrarlo?

Il rapporto tra uso dei cellulari e insorgenza di tumori cerebrali è motivo di preoccupazione da quando nel 2011 I’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro ha definito le onde elettromagnetiche emesse dai cellulari “possibili” cancerogeni per l’uomo.  Di fatto, in coloro che usano da vent’anni il cellulare sembra aumentato il rischio di “glioma” cerebrale, tumore che si sviluppa non dai neuroni ma da cellule dette “gliali”, presenti nel cervello e dotate di multifunzioni. Ciò ha messo sotto tiro anche l’uso di televisori, radio, wi-fi, forni a microonde, dispositivi “bluetooth” e telefoni “cordless”. Tale rapporto era criticato in altri studi prevalentemente retrospettivi, per altro con i limiti che li caratterizzano. I prof. R. Orecchia (Istituto Sup. di Oncologia) e A. Polichetti (CNR-ISS) ritengono comunque che ”sia impossibile al momento dimostrare un nesso eziologico” tra uso prolungato di cellulari e tumori cerebrali. Orecchia precisa che le onde elettromagnetiche di frequenza relativamente bassa, al contrario di quelle di maggiore frequenza (dette di tipo ionizzante), “non rompono il DNA del nucleo cellulare”, danno che favorirebbe la degenerazione tumorale. Ciò si scontra con la sentenza della Corte d’Appello di TO (14/1/2020) che ha confermato il verdetto di primo grado del giudice di Ivrea L. Fadda nel 2017: questi aveva già condannato l’INAIL a risarcire l’ex-dipendente Roberto Romeo con una rendita per malattia professionale, considerando tale il “neurinoma” del nervo acustico destro (lato d’uso del cellulare). L’ISS dal canto suo rileva come lo IARC abbia definito le radiazioni dei cellulari non ionizzanti solo “possibilmente” e non “probabilmente” cancerogene per l’uomo. In Aprile 2019 un “Advisory group” dello IARC, comprendente 29 ricercatori di 19 Paesi, ha ritenuto pertanto prioritaria una rivalutazione della cancerogenicità  dei cellulari da realizzarsi nel periodo 2020-2024. In attesa, alcune osservazioni generali: 1. il neurinoma del nervo acustico del Romeo, di natura benigna, è ben diverso dal glioblastoma, nasce dalle “cellule di Schwann” che circondano a mo’ di guaina mielinica i prolungamenti dei neuroni; 2. I telefonini oggi non sono più confrontabili con quelli degli anni ’90; 3. Telefonare quando serve e non per motivi banali; ciò vale specie per bambini e adolescenti che hanno una lunga spettanza di vita; 4. Attenti pure alle possibili pressioni dei produttori di cellulari!; 5. L’uso degli auricolari è “probabilmente” utile (utilità peraltro tutta da dimostrare); 6. Lo stesso vale per la precauzione di non dormire col cellulare vicino; 7. Tumori a parte, non dimenticare il rischio (per sé e per gli altri) causato dall’uso dello smartphone quando si è alla guida; 8. Chiosa finale: i fumatori di 40 sigarette al giorno che si preoccupano del rischio cancerogeno dei cellulari sono quanto meno…patetici

I test genetici per capire se un nostro figlio in tenerissima età ha già un potenziale per diventare un bimbo prodigio sono in progressiva espansione. Un articolo di Bloomberg (servizio di news, che comprende radio, televisione, agenzia di stampa, internet) rivela come in Cina un numero crescente di genitori tenda a utilizzare a tale fine dei “DNA kit” e si prevede che entro il 2022 questo numero raggiungerà i 60 milioni contro l’1,5 registrato nel 2018. Tra le aziende che propongono kit  del genere c’è “Gene Discovery”, impegnata  proprio a individuare, su sollecito dei genitori, dei profili genetici atti a suggerire per il loro bambino un potenziale genomico promettente per eccellere in ambiti diversi come matematica, logica, musica, sport, capacità imprenditoriali, intelligenza tout court. Scettici maliziosi ipotizzano che investire sull’erede in base ad un profilo genetico sperando che diventi un tennista come Federer, un golfista come Tiger Woods, o un Claudio Abbado, potrebbe far sperare in una ricaduta economica familiare molto “interessante”. In verità – scrive Bloomberg –molte affermazioni “che il DNA può essere usato per valutare la capacità di memorizzare dati, tollerare lo stress o mostrare la leadership, sono più una specie di oroscopo che vera scienza”. Gil McVean, genetista dell’Università di Oxford e direttore di un centro che si occupa dei dati genetici e biologici per prevenire/curare malattie, ci conferma che non esiste alcuna base scientifica a sostegno della potenzialità di questi profili genomici di fatto del tutto aleatori. “Gene Discovery” risponde che l’azienda non intende dare consigli conclusivi, ma solo segnalare l’eventuale talento potenziale dell’unico figlio a genitori succubi di una cultura supercompetitiva (in Cina le rigide leggi sul controllo della natalità sono state abrogate solo nel 2016, per cui il figlio diventerebbe più facilmente il fulcro dell’ambizione genitoriale). Senza commentare questa “tendenza”, mi pare che la genialità, diversa dalla bravura che può dipendere anche solo dall’assiduo allenamento, non può non avere una sua ragione genetica.  Non saprei altrimenti come spiegare il “prodigio” di Mozart che a 14 anni riusciva a trascrivere interamente a memoria, dopo solo 2 ascolti nella Cappella Sistina, il “Miserere” di Gregorio Allegri (secretato dal Vaticano!). Altro esempio sconcertante – me lo ricorda (l’avevo scordato!) Piero Bianucci, scrittore e ben noto giornalista scientifico de “La Stampa” – è quello di Norbert Wiener: a 5 anni declama già in greco e latino, si iscrive undicenne alla Tuft University e si laurea in matematica a soli 14 anni, diventando il padre della “cibernetica” e teorizzando in largo anticipo il successo di macchine intelligenti sostitutive dell’uomo. Per come va oggi il mondo, di “soggetti prodigio” in giro, di segno più, mi pare se ne vedano comunque pochi.

Da giorni la “plasmaferesi” è in auge nei media quale cura “innovativa” dei pazienti COVID-19+ più gravi. “Plasmaferesi” significa separazione automatizzata del plasma dalla parte corpuscolata del sangue costituta da globuli rossi, bianchi e piastrine (al lettore non medico ricordo che “siero” non è che  plasma privo di alcuni fattori della coagulazione). Già più di 100 anni fa l’impiego del siero contenente anticorpi di pazienti guariti dalla difterite aveva già salvato una bambina destinata a morire  a causa del “croup” difterico (complicazione potenzialmente letale specie nei bambini, soffocati da pseudomembrane ostruttive delle vie aeree). La terapia con siero di convalescente si è poi affermata per altre infezioni sia batteriche che virali quali, ad esempio tetano, rabbia, epatite B, risultando purtroppo inefficace in altre malattie, quali AIDS, epatite C e normale influenza stagionale. Oggi, in alcuni Centri  internazionali e nazionali già si sta adottando una strategia analoga (che non mi pare dunque innovativa) anche nei COVID-19+. Il guarito, per donare il plasma deve avere 2 test per COVID-19 negativi, essere asintomatico da 2 settimane, di età tra 18 e 60 anni, pesare più di 50 kg, risultare complessivamente sano e senza fattori di rischio. Il plasma donato deve contenere specifici anticorpi neutralizzanti anti-coronavirus in concentrazione sufficiente. Va verificata pure l’assenza di anticorpi diversi da quelli anti-coronavirus potenzialmente rischiosi. La donazione prevede la trasfusione di 500 ml alla volta, nell’arco di circa mezz’ora e può essere ripetuta dopo settimane. Un grande progresso è che da anni la parte corpuscolata, separata in precedenza, viene re-iniettata nel donatore in modo da non anemizzarlo con la plasmaferesi. I risultati già acquisiti anche in alcuni centri italiani come San Matteo di Pavia  e l’Università di Pisa (già previsto pure il Carlo Poma di Mantova: perché escluso?) su un numero ancora basso di pazienti sembrano promettenti. Tuttavia, questi ragionevoli tentativi non sono ancora “sperimentazioni controllate” e il giudizio sulla reale efficacia andrà formulato solo su soggetti più numerosi e soprattutto confrontati con pazienti comparabili per gravità ma non trattati con plasma immune. Al momento, sembra che 2 sacche di plasma di convalescente siano sufficienti a curare un malato. Non manca chi ritiene che non sarà peraltro facile reclutare molti donatori dotati dei requisiti previsti. È pure possibile ipotizzare non di utilizzare il plasma di convalescenti, ma di produrre anticorpi neutralizzanti specifici in laboratorio grazie al clonaggio di anticorpi monoclonali umani. Se ne potrebbe così ottenere in quantità illimitata e a costi minori rispetto alla plasmaferesi. Grande attesa in ogni modo (anche per gli anti-vax?) per un vaccino  che sia accessibile e disponibile in tutti i Paesi.

A concorrere alla gravità dei pazienti COVID-19+ sono: età (anziani) e varia co-morbidità, ipertensione arteriosa inclusa. Per questa, tuttavia, non si poteva escludere che più che l’aumento pressorio un ruolo lo giocasse il tipo di ipotensivi assunti. Due classi di ipotensivi sono sospettati di influenzare la gravità della COVID-19: gli ACE-inbitori, che impediscono la conversione dell’angiotensina-1 in angiotensina-2 (entrambi vasocostrittori e quindi aumentanti la pressione), e i “sartani”, che bloccano invece i recettori dell’angiotensina-2 (acronimo inglese ARBS). Il dubbio è nato in quanto l’angiotensina favorirebbe l’entrata del coronavirus nelle cellule del polmone (e di altre sedi) e indurrebbe pure il protrarsi del danno virale che sottende un meccanismo patogenetico assai complesso. La preoccupazione che gli ACE-inibitori e gli ARBS influenzino la gravità e la mortalità dei soggetti COVID-19+ la si deve al fatto che L’ACE2 fungerebbe da recettore per il COVID-19 favorendo la suscettibilità all’infezione. In effetti, in soggetti deceduti per COVID-19, la quota di ipertesi trattati con tali ipotensivi in qualche studio risulterebbe consistente, per cui alcuni ricercatori consigliano la sospensione di ACE inibitori e di ARBS proprio per rendere meno grave il decorso nei contagiati sintomatici COVID-19+. Tre ampi studi clinici, tuttavia non hanno trovato prove che questi ipotensivi aumentino la gravità della virosi. Essi sono stati condotti all’Università Milano-Bicocca, dove 6292 pazienti COVID-19+sono stati confrontati con 30.759 controlli. Anche in un secondo studio USA riguardante 12.594 pazienti, di cui il 46,8% era COVID-19+ (17% con forma grave) nessuna correlazione emergeva tra gravità della virosi e l’uso dei suddetti ipotensivi. Pure un terzo studio multicentrico internazionale su 8910 pazienti COVID-19+ mancava di rilevare una mortalità maggiore in malati di COVID-19 assumenti oltre agli ACE-inibitori e/o ARBS pure beta-bloccanti, calcio-antagonisti e diuretici. A intricare il giudizio sul possibile effetto “sinergico” tra virus e ACE inibitori, concorre un articolo del NEJM che non esclude il contrario, e cioè una minore gravità della virosi in soggetti curati con ACE2. Anche JAMA del 13 maggio conclude che non c’è a tutt’oggi evidenza clinica e scientifica sufficiente a stabilire né svantaggi né protezione, per cui si sconsiglia di sospendere le due succitate classi di  farmaci in malati ipertesi colpiti dal COVID-19, sostituendoli con altri ipotensivi di cui tra l’altro si ignora la possibile influenza sul COVID19. Tale giudizio è condiviso da numerose Società di Cardiologia e dall’Associazione Italiana del Farmaco (AIFA). Ulteriori verifiche paiono comunque opportune, dato l’alto numero di ipertesi tra i COBID-19+. I non medici perdoneranno la difficoltà, ma divulgare in questo caso era importante ma molto arduo.

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