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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

Si parla spesso di intelligenza artificiale (IA) ma pochi (tra cui chi scrive!) sanno esattamente di cosa si tratta.  Possiamo accontentarci di considerare la IA come la “abilità di una macchina di mostrare capacità umane, quali ragionamento, apprendimento, pianificazione e creatività”. La IA viene usata anche in medicina per esempio per controllare e riconoscere infezioni o altro a partire da indagini strumentali o pure per fornire dati sulla progressione di una epidemia, quella da COVID-19 inclusa. Un interesse peculiare riveste l’uso della IA per studiare il ruolo del sistema immunitario nell’invecchiamento, ricordato opportunamente anche da Elena Riboldi dell’Agenzia Zoe. Si è partiti dall’analisi di molecole coinvolte nell’immunità presenti nel sangue di 1001 soggetti di età compresa tra 8 e 96 anni, grazie alle quali si è sviluppato un “Orologio infiammatorio dell’invecchiamento (iAGE)”. Questo strumento permetterebbe di distinguere tra invecchiamento sano e non sano, evidenziando pure le molecole più rilevanti nel processo che porta alla vecchiaia. Il profilo infiammatorio di chi invecchia in modo sano e quello di chi soffre di patologie croniche, vascolari e non, è infatti profondamente diverso. Ebbene lo strumento iAGE, messo a punto all’università di Stanford, sarebbe in grado di definire questo profilo e di valutare lo stato generale di un soggetto che sta invecchiando. Che una infiammazione cronica contribuisca all’invecchiamento non è una novità, ma non erano fino ad ora identificati i biomarcatori da utilizzare per definire la cronicità dello stato infiammatorio, cosa che i ricercatori della Stanford University hanno fatto usando proprio la IA. Il loro “Orologio infiammatorio dell’invecchiamento” (ne sono stati proposti anche altri basati sull’epigenetica, trattata in precedente rubrica o sul mRNA) consentirebbe pure di “spostare le lancette di questo orologio”. I ricercatori americani avrebbero dimostrato che il fattore che massimamente concorre all’ iAGE è una “chemochina” siglata come CXCL9. Le chemochine sono proteine capaci di attrarre leucociti, batteri e altro attive anche in altri processi come  la formazione di nuovi vasi sanguigni. La CXCL9 risulta specialmente coinvolta nell’invecchiamento del cuore e nella buona funzione delle cellule che costituiscono il rivestimento di vene , arterie e capillari. Un cattivo loro funzionamento concorre all’irrigidimento delle arterie che gioca un ruolo di spicco nell’invecchiamento. Questo danno può essere prevenuto e corretto “silenziando”, cioè inibendo, proprio la CXCL9. In pratica, le terapie dirette contro la proteina CXCL9 potrebbero essere usate per prevenire il deterioramento dell’apparato cardiovascolare e quindi l’invecchiamento tout court. Benvenuta dunque la intelligenza artificiale, visto che quella naturale dell’ uomo non pare sempre… esaltante.

Qualche anno fa l’allora Questore di Bolzano Piero Innocenti affrontava in un suo articolo la questione di come contrastare il crescente spaccio di droghe. Merita ricordare la notizia “dimenticata” (di proposito?) che persino in qualche Parlamento si fa uso di sostanze stupefacenti. Ad esempio, nei bagni dell’atrio della Camera Dei Deputati si sono documentate anni fa tracce significative di cocaina. Lo stesso era già successo in Gran Bretagna alla Camera dei Comuni e persino nelle acque di scolo nel Tamigi, e in Germania al Bundestag, dove 22 su 28 bagni risultavano “contaminati” da cocaina.  E come non ricordare lo scoop de “Le Iene” nel 2006: una falsa truccatrice prelevava in pre-trasmissione campioni dalla fronte di una cinquantina di Onorevoli: 16 risultavano positivi, 12 alla cannabis e 4 alla cocaina (scandalo fugace e i nomi non sono saltati fuori!). Tutto questo per dire che lo spaccio di droghe è un fenomeno molto diffuso nei piani bassi ma soprattutto nei ceti alti, e tra i non pochi che dovrebbero semmai contrastare e non alimentare questo commercio. Aggiungeva Innocenti  : “Con danni gravissimi per la salute di giovani e meno giovani, con episodi di violenza divenuti sempre più intollerabili.” Si tenga poi conto che quello che viene sequestrato dalla polizia rappresenta per l’ex-Questore solo una piccola parte degli stupefacenti immessi sul mercato. Nonostante le battaglie  messe in campo dalle forze di polizia, l’impegno dello Stato risulta insufficiente di fronte ad un fenomeno incontenibile che richiederebbe nuove strategie e nuovi mezzi. Una situazione drammatica destinata ad ulteriori sviluppi con prospettive tragiche, e non solo in Italia, se non si adotteranno nuove politiche antidroga concordate a livello internazionale. Oltre alla difficoltà intrinseca della non facile lotta antispaccio, in ottica medica che maggiormente mi compete, ciò che sconvolge di più  sono le conseguenze cliniche della tossicodipendenza che possono essere veramente terribili e che si ripercuotono poi inevitabilmente su ogni  aspetto della vita. Nel tossicodipendente si crea un legame con la sostanza d’abuso sempre più forte. Col tempo, il drogato comincia ad avere un atteggiamento sfuggente, si chiude in sé stesso, sviluppando un comportamento irrispettoso/aggressivo verso i propri congiunti ai quali non consente di invadere la sua vita privata. La “Narcotizzazione” – come la chiamava il dott. Innocenti – è difficile sicuramente da contrastare, ma non può certo esaurirsi nel mettere in galera per qualche tempo lo spacciatore, l’ultimo anello debole della catena. L’aumento nel 2020 in Afghanistan del 37% della superficie coltivata a papavero d’oppio (trasformato in eroina), prima “industria” del Paese, migliora cospicuamente gli affari dei narcos ed è un prevedibile presagio negativo per l’Europa. E ora, con i  talebani al potere, cosa succederà?

In un’ intervista sull’ultimo numero di “FORWARD”, inserto di Recenti Progressi in Medicina, il Dr. F. Anelli, Presidente della FNOMO si sofferma su alcuni aspetti cruciali della sanità pubblica. L’ufficio stampa dell’Ordine dei Medici riporta come Anelli insista soprattutto sul diritto all’uguaglianza secondo cui deve essere “garantita la salute a chiunque si trovi sul territorio italiano, senza distinzione di sesso, di razza, di ceto e di lingua, anche ai migranti nelle stive delle navi”. C’è poi il diritto all’equo accesso ai servizi territoriali: è del tutto inaccettabile per Anelli che anche per prestazioni non eccelse, i cittadini del Sud siano costretti a salire al Nord per vedere salvaguardati al meglio (e non sempre è poi così) i diritti alla salute previsti dalla nostra Costituzione. Queste iniquità diventano particolarmente eclatanti nei casi in cui ci sia una emergenza sanitaria, ultima in ordine di tempo la COVID-19. I problemi sollevati da Anelli sono nobili, importanti ma difficili da risolvere almeno in tempi brevi, anche per le posizioni politiche così eterogenee al riguardo. Ma ci sono pure questioni “di piccolo cabotaggio”, che sarebbero correggibili facilmente se ci fosse sensibilità e responsabilità di coloro che sono preposti al buon funzionamento “spicciolo” delle ASL. Esempio clamoroso in una vicina città fuori regione: atrio molto ampio e affollato dell’ospedale universitario, dotato (almeno fino a qualche anno fa) di un’unica toilette unisex. Gabinetto situato in fondo ad un corridoio stretto, privo di carta igienica e distante circa 6 metri dalla porta d’ingresso sprovvista per di più di serratura. Realtà, questa, apparentemente “di poco conto” ma, se ci pensiamo un po’, ci accorgiamo che essa esprime un odiosa mancanza di rispetto dei cittadini che pur pagano le tasse per consentire stipendi niente male agli amministratori. Questi ultimi, del resto, in quella toilette non ci andranno mai, ma il lettore immagini di essere seduto lui sul water per un  bisogno impellente (lo stesso o no che ha comportato il suo ricorso all’ospedale) conscio che la  porta non chiusa è così lontana e che chiunque può entrare in ogni momento. Benché le questioni sanitarie affrontate dal Dr. Anelli siano ovviamente ben più rilevanti e non manchino altri disagi molto consistenti per i cittadini (lunghe attese, prenotazioni difficili, contatti con il centralino problematici …), situazioni come la “toilette aperta” fanno incavolare particolarmente, perché la soluzione di questo “piccolo” problema (e di altri simili) potrebbe risultare molto semplice. Eloquente una scritta rimata sul muro del cesso in questione: “Qui si c…con paura perché manca la serratura”. Fortunati i cittadini di Bolzano, che nell’atrio dell’ospedale trovano le toilette divise per maschi e femmine, pulite, dotate di lavandino, di serratura e (persino!) di carta igienica.

Che anche i già vaccinati contro il SARS-CoV-2 possano essere contagiati da questo coronavirus può stupire e far nascere qualche comprensibile dubbio sull’efficacia dei vari vaccini autorizzati dalle istituzioni ufficiali, in primis dalla statunitense Food and Drug Administration (FDA), dall’ ente europeo European Medicines Agency (EMA) e alla Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Questo apparente paradosso di contagio pure in chi è vaccinato può tuttavia essere ragionevolmente spiegato. Va intanto ricordato  che i vaccini anti-COVID, come tutti i vaccini in generale, non sono in grado di rendere immune il 100% della popolazione. Tra le molteplici spiegazioni di questo fatto vanno citate la variabilità genetica, l’età o il deficit immunitario nei vaccinati e la eventuale comorbilità. Quindi anche per i sottoposti a vaccini anti-COVID altamente efficaci, in dose unica o doppia, c’è da aspettarsi che alcuni soggetti si contagino ugualmente. In secondo luogo, pure in immunizzati con successo contro il virus SARS-CoV-2, la protezione non è detto che duri tutta la vita. Ciò avviene ad esempio con la vaccinazione MPR (morbillo, parotite, rosolia) e con quella contro l’epatite B, ma non per altre quali difterite, pertosse e tetano, per le quali sarebbe opportuno un richiamo ogni 10 anni (specie in soggetti a rischio). La constatazione che qualche vaccinato risulti un “non-responder”, sfuggendo così alla immunizzazione, non basta quindi per non vaccinarsi. Il rischio di risultare non immunizzato dopo il vaccino è infatti infinitamente più basso del rischio di contagiarsi, di ammalare e, nei soggetti più fragili, purtroppo anche di morire. Inoltre chi poco e/o male informato decide incautamente di non vaccinarsi, non concorre alla importante immunità di gregge, brutto termine (meglio immunità di gruppo) che consiste nell’avvenuta vaccinazione nell’assoluta maggioranza della popolazione (idealmente oltre il 70-80% dei soggetti). L’immunità di gruppo ha un “plus” rispetto all’immunità del singolo individuo perché riduce in modo più consistente il contagio dei non vaccinati per un qualsiasi motivo e, verosimilmente, pure il numero delle varianti del virus. Tuttavia, anche quando tale immunità fosse raggiunta con un vaccino efficace, si possono ugualmente osservare limitati focolai locali perché i pochi non immunizzati tra i vaccinati si possono “alleare” facendo così scoppiare un focolaio circoscritto. Questo raro evento non giustifica –  va ribadito – il rifiuto della vaccinazione, perché il rischio di ammalarsi è comunque molto molto più alto per chi non si vaccina. Concetti chiari ben espressi già da anni (aprile 2018) nella rubrica “Dottore, ma è vero che…” scritta da  Ulriche Schmidleithner, con l’approvazione della Federazione dell’Ordine dei Medici. Ma non c’è sordo peggiore di chi non vuol sentire e per questa sordità non esiste né cura né vaccino.

La questione del rischio immersione in acque fredde subito dopo aver mangiato viene spesso sollevata con argomentazioni più o meno solide. Ne parla  invece a ragion veduta Rebecca De Fiore di Pensiero Scientifico Editore.  Vale la pena di riflettere su ciò che dice, in primo luogo sul fatto pregiudiziale  che non esiste alcuna prova scientifica che fare il bagno al mare subito dopo un pasto sia pericoloso. Il che, naturalmente, non vuol dire che non lo sia ma che i timori non sono giustificati da dati inoppugnabili. Sarebbe in effetti opportuno basarsi su dimostrazioni oggettive secondo canoni che sono quelli propri di uno studio controllato. Nel caso specifico ciò richiederebbe reclutare un gran numero di persone comparabili (per sesso, età, storia clinica muta), e portarli al mare dividendoli in due gruppi A e B. Il gruppo A si dovrebbe immergere in acqua fredda dopo un lauto pranzo, mentre quello B vi si immergerebbe a stomaco vuoto. Di fatto questo studio è pressoché irrealizzabile. Inoltre, anche il termine “congestione” spesso usato per descrivere il malessere  eventualmente affiorante dopo l’immersione di chi ha appena mangiato, non aiuta il chiarimento. Se infatti si va a cercare sulle riviste scientifiche, – come rimarca in un suo libro il pediatra Lucio Piermarini – non si trova “nemmeno il corrispettivo del termine <congestione>. Una vaghezza tutta italiana insomma, un po’ come parlare genericamente di cervicale”. La fondazione Veronesi precisa che congestione significa semplicemente ristagno di liquidi o sangue in un organo che, nel soggetto colpito da malore dopo l’immersione, potrebbe essere stomaco e intestino. Ma la reazione dovuta al contatto della nostra pelle con l’acqua fredda richiama il sangue dalla periferia del corpo per mantenere costante la temperatura sottraendolo anche agli organi digestivi, comportando così non un ristagno ematico in essi, ma “piuttosto un rallentamento della digestione”. In ogni modo, delle precauzioni sembrano ugualmente ragionevoli specie per i bambini tra uno e quattro anni. La rivista per genitori UPPA rileva che in questi piccoli, collegato all’impatto brusco sul viso dell’acqua fredda, può aversi anche se di  rado è un malessere grave. E ben lo sanno – aggiunge l’UPPA – i tuffatori sportivi che, prima di ogni tuffo, si fanno una doccia fredda per evitare una violenta reazione nervosa riflessa che può avere conseguenze serie. “Se il tutto dura più di qualche secondo – per l’UPPA –  il cervello va in blocco e si può affogare anche in pochi centimetri di acqua”. Per quanto riguarda i bambini che sono quelli più a rischio, sarà sempre opportuna la vigilanza di un adulto perché, in caso di malore, l’annegamento (anche in piscina) può avvenire rapidamente. Vien da chiedersi a questo punto perché, tra le controindicazioni alla sauna seguita dal bagno ghiacciato, non si trova mai l’avvertimento di farla a stomaco vuoto.

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