Lo stress post-traumatico (SPT) è una condizione di disagio mentale studiata in molti reduci dal Vietnam, ma ogni evento drammatico ne può essere alla base: terremoti, tsunami, atti terroristici, violenze, degrado esistenziale cronico. Le vittime dello SPT (che può colpire ogni età), rivivono ripetutamente in qualche misura l’esperienza traumatizzante subita manifestando incubi specie in ricorrenze particolari, instabilità emotiva, aggressività alternata a sensi di colpa, ansia e depressione, tendenza a inibirsi per non ricordare. Si associano spesso pure emicrania, dolori vari, disturbi gastrointestinali e del sonno. In genere, lo SPT si manifesta dopo mesi dal trauma e può cronicizzare se non si interviene con terapie psico-comportamentali e  farmacologiche non sempre efficaci. Sorprendentemente, tra le varie cause dello SPT c’è pure l’intervento chirurgico se l’anestesia è stata inadeguata, per cui il paziente sotto i ferri rimarrebbe vagamente consapevole dell’insulto fisico subito. Negli USA l’incidenza di questa “involontaria consapevolezza intra-operatoria” in pazienti sottoposti ad interventi ad alto rischio risulterebbe bassa in assoluto, ma nel 70% di tale minoranza sarebbe poi registrabile uno SPT. Naturalmente, soltanto i casi dovuti ad un’inadeguata profondità dell’anestesia durante l’intervento, quindi ad un errata valutazione medica, possono essere evitati con una più attenta condotta anestesiologica. Proprio per prevenire al massimo la consapevolezza intra-operatoria e il conseguente stress post-traumatico, uno studio multicentrico di 4 università nordamericane ha cercato di stabilire quale sia il metodo migliore per valutare la profondità dell’anestesia nei pazienti durante l’intervento. I metodi messi a confronto a operazione in corso sono stati il cosiddetto “bispectral index” (BSI), basato sostanzialmente sull’elettroencefalogramma, e la misura della concentrazione dell’anestetico (CA) nell’aria espirata. Il BSI è stato praticato in  2861 pazienti e l’AC in 2852. Tutti i soggetti di questa consistente casistica sono stati successivamente intervistati con molta cura nel post-operatorio. La consapevolezza intra-operatoria era registrabile nel 2,5 per 1000 dei controllati con BSI e in meno del 1 per 1000 dei soggetti controllati mediante CA. Differenze aritmetiche (non statistiche) insufficienti comunque a concludere che l’EEG è migliore del CA per la prevenzione dello SPT. In definitiva, l’attuazione di ricerche per capire meglio come reagisce il cervello non solo dopo guerre e terremoti ma (e soprattutto!) in corso di anestesia sembrano altamente auspicabili, in quanto durante un intervento tutti preferiremmo essere del tutto “inconsapevoli” e senza rischio successivo di SPT.

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