Una tosse che persiste per più di 8 settimane è considerata “cronica” e definirne la natura può non risultare immediato perché le cause possono essere più d’una: spasmo bronchiale, bronchite eosinofila, rinofaringite posteriore e, nozione più recente, reflusso gastro-esofageo. Escluse tali cause restano da considerare malattie rare, alle quali “non ci si pensa”. Il problema si è presentato a dei colleghi di Vancouver, alle prese con un paziente affetto da tosse cronica da causa ignota. Una patologia seria però doveva pur esserci data la coesistenza di sintomi extra-bronchiali importanti. Una ricerca un po’ a tentoni consentiva alla fine di porre la diagnosi di  morbo di Whipple, patologia molto rara la cui prevalenza annuale è di circa 1 caso per milione. Questo morbo, scoperto nel 1907 da Whipple (patologo del Johns Hopkins  Hospital), è una infezione cronica dovuta al batterio chiamato in suo onore Tropherima whipplei il quale, nonostante la rarità del morbo, è piuttosto diffuso nell’ambiente, specie nelle acque di scarico. L’infezione, di cui non si sono finora registrate epidemie, può riguardare molti organi (e da qui la variabilità dei sintomi): calo di peso (nel 90%), anemia (nel 85%), diarrea (nel 75%), dolori articolari migranti da una sede all’altra (nel 65%), dolori addominali (nel 40%), sofferenza neuromuscolare espressa  paralisi dei muscoli oculari (nel 30%) e anche danno cardiaco (nel 30%). In appena un terzo dei pazienti sono coinvolti  i bronchi e solo nel 50% di essi il sintomo più costante è proprio la tosse secca cronica. Questa non è dunque il sintomo prevalente nel morbo di Whipple per cui, considerata la sua  rarità, la diagnosi risulta spesso ritardata anche di anni. Nel caso del paziente canadese la diagnosi è stata facilitata dal rilievo in una radiografia del torace di linfoghiandole ingrossate nel mediastino (lo spazio compreso tra i due polmoni) e dalle biopsie di queste. La prova/conferma è stata poi fornita dalla gastro-duodenoscopia documentante pallore/ischemia della mucosa digestiva con abnorme dilatazione dei vasi linfatici e dalle biopsie attuate a livello duodenale, con riscontro istologico di macrofagi (cellule immunitarie, neutrofili e monociti del sangue) positivi a una speciale colorazione (PAS). I bacilli possono essere individuati direttamente solo al microscopio elettronico o, indirettamente, con tecniche per altro non routinarie (sequenze di frammenti di DNA del Tropherima whipplei mediante la PCR, tecnica che consente la moltiplicazione di tali sequenze in vari umori e tessuti). La terapia si avvale di sulfamidici o di antibiotici a largo spettro per almeno 1 anno. Un DNA scomparso dal sangue non estingue tuttavia la possibilità che il Tripherima persista in alcuni tessuti con rischio di recidiva. Una bella sfida per medici e pazienti.

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