Il Dr. J. Parkinson descriveva nel 1817 il morbo che porta il suo nome e che oggi risulta la malattia neurodegenerativa più diffusa dopo la demenza di Alzheimer. In Italia, il Parkinson affligge poco meno di 250.000 persone, e i nuovi casi all’anno sono circa 6.000. Com’è ben noto la malattia è caratterizzata da tremore che insorge a riposo (detto “a contasoldi” perché talora coinvolge pollice e indice, come quando si contano monete o banconote), rigidità muscolare che determina resistenza ai movimenti passivi e difficoltà a iniziare e a velocizzare i movimenti. La parola, come l’andatura, si fa via via più impacciata anche se le funzioni cognitive all’inizio sono  preservate. La malattia è dovuta alla rarefazione per circa il 70% dei neuroni ricchi del pigmento “neuromelanina” situati della “Sostanza Nigra” del mesencefalo. Questi producono il neurotrasmettitore “dopamina”, coinvolto oltre che nella regolazione dei movimenti anche nei processi di memoria, ricompensa e attenzione. Miglioramenti del tremore si possono ottenere nei malati somministrando agenti come il “levodopa” che, liberando dopamina nel cervello, corregge il deficit di questo mediatore. Spesso non si riesce  a dimostrare una causa precisa del Parkinson, che potrebbe conseguire a più fattori interagenti: genetici, ambientali (lavoro agricolo, pesticidi, metalli industriali), vascolari, traumatici (lesioni cerebrali) e persino tossi-infettivi e alimentari (azione favorente di grassi e vitamina D?). Al contrario, è descritta un’associazione inversa tra insorgenza della malattia e altri fattori, quali consumo di noci, legumi, patate, caffè e fumo di sigaretta. Alla “Settimana delle Malattie Digestive” di San Diego, 2019, si è confermato che il Parkinson viene inoltre sensibilmente favorito dall’appendicectomia (quante volte necessaria?). Ipotesi non nuova, questa, ma fino ad oggi non supportata da studi ampi come quello del Dr. M.Z. Sheriff e collaboratori (titolo eloquente: “Il Parkinson è più frequente nei pazienti appendicectomizzati: uno studio basato sulla popolazione nazionale”), che si è avvalso di un data base contenente 68 milioni  di cartelle cliniche. Da queste risultava che 488.190 pazienti avevano subito un appendicectomia e che, di questi, 4.470 si erano ammalati di Parkinson, suggerendo un rischio relativo di Parkinson in essi tre volte maggiore di quello dei soggetti non appendicectomizzati. Tale  rischio non differiva nelle diverse classi di età, nè tra bianchi, africani e asiatici. Lo studio è stuzzicante ma ha qualche limite metodologico che l’abstract non chiarisce. Per esempio, dovrebbe essere meglio definito l’intervallo temporale tra appendicectomia e morbo di Parkinson. E resta poi da capire il significato di questo eventuale rapporto: ruolo immunitario dell’appendice fin qui sotto stimato?

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