Anche la prestigiosa Mayo Clinic (Rochester, Minnesota), come i medici in generale, insiste sugli effetti benefici del movimento per quanto riguarda in particolare la salute cardiovascolare, il controllo del sovrappeso, la prevenzione del diabete ed è persino possibile che muoversi di più possa ridurre il rischio tumorale e migliorare il tono dell’umore. L’americano medio non sarebbe messo male, facendo da 3 a 4 mila passi al giorno. A un certo momento, e senza una vera ragione, si è diffusa la nozione che in media bisognerebbe fare 10 mila passi al giorno. Di questo se n’è occupato di recente anche il sito “Dottoremaeveroche”  della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici, finalmente più attenti (era ora!) a contrastare le informazioni poco documentate se non pseudoscientifiche. La storia dei 10 mila passi al giorno, ripresa dal “The Guardian”, ci rivela in effetti come questo “traguardo” sia stato proposto nella metà del secolo scorso dall’imprenditore giapponese Yoshiro Hatano, che per  primo ha commercializzato un contapassi battezzato “manpo-kei”. In realtà, secondo il Dr. David Bassett, direttore del “Dipartimento di chinesiologia e studi sullo sport” dell’Università del Tennessee, non c’è alcuna prova oggettiva dei benefici di questi 10 mila passi sullo stato di salute, un numero da ritenersi pertanto solo indicativo (potrebbero bastarne di meno) per chi aspira a uno stile di vita salutare. E tuttavia, puntare ai 10 mila passi giornalieri è diventato una moda, quasi una fissazione per qualcuno, specie da quando esiste in commercio una varietà di eleganti contapassi (“tracker”) portatili, anche da polso, dal costo di poche decine di euro, che possono fornire anche altri parametri vitali. È  naturalmente fuori discussione che il movimento fisico sia benefico, nonché previsto dalla natura stessa dell’animale-uomo, l’unico essere vivente che in effetti ne fa sempre meno grazie a automobili, bus, ascensori, scale mobili e telecomandi TV per lo zapping. Ciò detto, questa dei 10 mila passi resta dunque una raccomandazione generica senza alcuna robusta evidenza clinica diretta, da mettere quindi in atto cum grano salis in considerazione dei singoli individui, della loro età, del loro peso, della loro storia di malattia, della fatica individuale che il camminare comporta. Per esempio, chi soffre di una patologia cronica o è grande obeso o è molto avanti con gli anni, potrebbe non beneficiare e correre invece dei rischi per raggiungere il “traguardo 10 mila”. Da considerare pure la velocità con cui si cammina, che non deve essere quella di chi “passeggia guardando le vetrine”. Secondo alcuni ricercatori del Dipartimento di chinesiologia dell’Università di Massachusetts un numero di passi molto minore sarebbe pure benefico, ma con almeno un minimo di 100 passi al minuto (che non sono pochi, se qualcuno vuol provarci!).

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