Ad ogni inverno si cerca di combattere l’influenza  con il vaccino, che risulta prezioso specie in sottogruppi di popolazione più a rischio (anziani, defedati, malati). In effetti il vaccino anti-influenzale riduce di molto la quota di ospedalizzazione, assenza dal lavoro e decessi. Purtroppo, la protezione non raggiunge il 100 % e la vaccinazione richiede aggiornamenti ogni anno perché il virus influenzale (immaginiamolo questo RNA virus come una sfera rivestita da due involucri, la “emoagglutinina” (H) e la “neuraminidasi” (N) può cambiare annualmente. Si modifica in particolare l’emoagglutinina, glicoproteina che consente al virus influenzale di entrare nelle cellule del corpo umano. L’altra proteina virale di superficie, neuraminidasi,, anch’essa variabile, favorisce invece la diffusione ad altre cellule. Fino ad oggi un vaccino universale di lunga gittata purtroppo è stato solo un auspicio. Un recente comunicato delI’Istituto Nazionale della Salute ci segnala che la partita si sta forse riaprendo: ricercatori dell’Istituto Nazionale di Allergia e Malattie Infettive degli USA hanno infatti avviato uno studio clinico proprio con l’intento di realizzare un vaccino universale. Il nome del nuovo vaccino (ostico per i non addetti) è H1ssF_3928 e contiene solo l’emoagglutinina (immaginabile come lo stelo di uno spillo) che risulta più costante della capocchia nei confronti dei diversi ceppi virali. L’obiettivo è di ottenere una risposta vaccinale valida per i diversi sottotipi del virus influenzale (contrassegnati con le varie sigle HN). I virologi USA pensano di arruolare più di 50 adulti sani di età compresa tra 18 e 70 anni, dividendoli poi in 4 gruppi di età. I primi 5 partecipanti tra 18 e 40 anni ricevono una singola iniezione intramuscolare da 20 ig del vaccino sperimentale, mentre i rimanenti 48 ne ricevono 2 iniezioni da 60 ig, a 16 settimane di intervallo l’una dall’altra. Dopo ogni iniezione i soggetti studiati devono registrare la loro temperatura corporea e qualsiasi sintomo eventualmente affiorante in qualsiasi momento. Essi devono fornire pure campioni di sangue allo scopo di stabilire il livello degli anticorpi anti-influenza. Nel periodo da 12 a 15 mesi i partecipanti, che non dovranno essere esposti ad alcun virus influenzale, si sottoporranno a 9-11 visite per monitorare la situazione clinica. L’obiettivo è quello di capire in quale modo l’età e le precedenti  esposizioni ai diversi sottotipi di virus influenzale abbiano eventualmente modificato le loro risposte immunitarie. Lo studio è appena iniziato (fase 1) ma, se avesse successo, la possibilità di affrontare o meglio di evitare una temuta pandemia influenzale grazie alla realizzazione di questo vaccino universale costituirebbe un grande progresso. Non lo si ricorda spesso, ma le grandi epidemie come la Spagnola sono costate milioni di morti.

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