Le donne faticano di più ad affermarsi professionalmente pure come medici nelle Università e, a parità di lavoro, sono spesso sottopagate rispetto ai maschi in Italia e in altri Paesi. Per loro è pure più difficile inserire il proprio nome tra gli autori degli articoli scientifici pubblicati (fattore non marginale di successo nella carriera universitaria). Ad affrontare questo aspetto sono stati i Dr. KL Hart e RH Perlis pubblicando nel 2019  sulla rivista “JAMA Intern Med “ una verifica di quante donne risultassero autrici di articoli di medicina nel decennio 2008-2018. I periodici considerati per tale inchiesta riguardavano diverse specialità: pediatria, radiologia,  anestesiologia, ostetricia e ginecologia, neurologia, medicina generale, dermatologia, psichiatria e oncologia. Ad essi venivano aggiunte per completezza 4 autorevoli  riviste di medicina generale (NEJM, JAMA, BMJ, Lancet). Tutti gli articoli erano contrassegnati da un alto “impact factor”, indice numerico considerabile dai lettori non medici come prova dell’interesse della pubblicazione, a sua volta espressione (con qualche riserva) di importanza della ricerca. Sorpresa significativa è intanto che l’impact factor risulta maggiore nelle pubblicazioni dove maggiore è  il numero di donne. Nei 274.764 articoli analizzati, la quota di autrici tra il 2008 e il 2018, risulta  aumentata del 4,2%, il numero di donne come primo nome (che spetta di solito a chi ha collaborato di più alla ricerca) è cresciuto del 3,6%, e le dottoresse come autore ultimo (di solito il capo equipe o il collaboratore meno coinvolto) sono aumentate del 7,8%. Il maggior aumento percentuale di autrici mediche si è registrato in pubblicazioni di ostetricia e ginecologia. Gli articoli che hanno come ultimo autore una ricercatrice hanno pure il 13,0% in più di probabilità di avere una donna come primo autore. In definitiva, la visibilità femminile nella letteratura medica specialistica cresce, ma è ingiustificatamente lenta e stentata. La spiegazione “maschilista” di questa diseguaglianza che riguarda l’autorship nelle pubblicazioni di medicina, e scientifiche più in generale, è che le dottoresse penalizzate da gravidanze e da mansioni genitoriali e domestiche più dell’uomo, avrebbero meno tempo e voglia di dedicarsi alla ricerca. In qualche caso questa può essere la spiegazione, ma per Hart e Perlis le discriminazioni rivelano il più delle volte una “distorsione di sistema”, nonostante le donne risultino meno gravate da conflitti di interesse. Gli enti finanziatori e gli editori preferiscono non di rado autori maschi, i revisori scientifici di pari esperienza (responsabili della cosiddetta “peer review”), che accettano rigettano i lavori, sono spesso maschi, la decisione sulla posizione del nome nel titolo è spesso arbitraria. Molto va dunque ancora corretto, anche in altri campi: nel giornalismo no?

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