Pazienti ritenuti già morti e poi resuscitati possano ricordare cosa c’è “di là”?. Una nota datata ricerca è quella di due medici britannici che nel 2005 avevano esaminato  63 pazienti ritenuti morti e poi “resuscitati”. Di questi, 4 affermavano di aver provato “durante la morte” sensazioni di pace e gioia, di perdita della percezione del corpo, di luce abbagliante, di un ingresso in un altro mondo. La loro conclusione era che la coscienza opera anche a cervello spento, a dimostrazione di un’anima che sopravviverebbe alla morte fisica. Commentando la ricerca il Prof. Andrea Frova, già Ordinario di Fisica alla Sapienza di Roma, rilevava allora come i ricercatori avessero dimenticato che i “testimonial” erano non resuscitati ma vivi, o meglio “cadaveri apparenti”, perché la morte era stata una diagnosi frettolosa e sbagliata. Insomma, si trattava di una “sovrastima” del racconto dei 4 soggetti e la “sottostima” del niente da raccontare degli altri 59 pazienti. Sarebbe d’altronde risibile la conclusione che solo 4 delle persone “apparentemente morte” avessero l’anima e le altre 56 non ce l’avessero. È poi normale constatazione – dice Frova –  che coscienza e memoria possono essere influenzati da eventi ben diversi dalla morte quali un’ anestesia. Abbiamo già ricordato a questo riguardo lo stress postraumatico affiorante in alcuni operati nei quali l’anestesia, al di la dell’effetto analgesico, si era dimostrata  (con doppia metodica) insufficiente. In questi casi, il paziente pur “addormentato” rimane conscio in modo subliminale dell’aggressione fisica che sta subendo, ciò che potrebbe avere conseguenze a distanza. A prescindere dall’attendibilità delle testimonianze suddette di una minoranza (4 su 56 soggetti), la presenza dell’anima è stata molte volte oggetto di attenzione in tempi e con metodiche diversi non da teologi, ma da altri medici. La più famosa, è quella del Dr. D. MacDouglas che nel 1901 affermò non solo l’esistenza dell’anima, ma pure il suo peso preciso. Nello studio di 6 moribondi veniva registrato il peso poco prima della morte e subito dopo, utilizzando letti poggianti su bilance di massima precisione (margine d’errore 5,6 grammi). La differenza in peso pre-/post- dimostrava per  MacDouglas che l’anima pesa 21 grammi (studio oggetto pure del film del 2003 “21 Grams”, diretto dal messicano Gonzales Inarritu). Questa differenza pre- e  post-mortem il medico non la registrava invece nei cani. Ricerca criticata e mai ripetuta/riconfermata. Ovviamente, chi scrive si guarda bene dal sollevare la questione se l’anima esiste o meno, squisito atto di fede, ma influenzato dal suo passato di ricercatore puro prima di esercitare la professione di medico, non può non auspicare sotto il profilo metodologico che chi ritiene di affrontare questioni del genere sia un po’ meno…facilone. La scienza è una cosa, la religione un’altra.

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