Gli articoli/interventi relativi al COVID-19 degli esperti sono tanti e tantissimi sono quelli dei non-esperti. Chi scrive, poco preparato nello specifico, volutamente non è mai intervenuto proprio per non aggiungersi a questi ultimi. Salvo 3 eccezioni: la prima, unicamente per spiegare i vari tipi di mascherina e la seconda, di ordine metodologico, al fine di rimarcare l’importanza (dimenticata dai media!) della “sensibilità” e della “specificità” dei tamponi, termini considerati spesso erroneamente sinonimi dai non addetti. La terza, di interesse pratico, sul come fare la spesa con prudenza. Eccezionalmente intervengo con questo articolo affinché l’essenziale di un’intervista molto chiarificatrice su un quotidiano nazionale del Prof. Giuseppe Remuzzi, immunologo, genetista e attuale Direttore dell’Istituto Mario Negri, raggiunga più lettori possibile. Intanto sui tamponi: con essi si ricava pochissimo materiale dal naso e dalla gola del soggetto, su cui poi cercare frammenti del genoma del COVID-19 (un RNA virus) usando la tecnica della “reazione a catena della polimerasi” (PCR, sigla identica a quella della Proteina C-reattiva, che è tutt’altra cosa), la quale consente l’amplificazione di frammenti. L’amplificazione è necessaria perché il contenuto sarebbe troppo scarso in buona parte dei prelievi. Quanto più alto è il contenuto virale nel tampone, tanto meno si dovrà amplificare. Ad esempio, il Negri ha riscontrato 40 tamponi positivi in 123 ricercatori dell’Istituto e in 298 dipendenti della Brembo (leader mondiale della tecnologia degli impianti frenanti a disco). La positività in questi tamponi si otteneva solo con cicli di amplificazione molto elevati, corrispondenti a 35-38 mila copie di RNA virale. Una positività grazie ad un amplificazione così elevata è segno che la carica virale è molto bassa, per cui – per Remuzzi – i 40 soggetti studiati dal Negri devono ritenersi positivi ma non contagiosi. È bene sottolineare pertanto che oggi il numero dei “nuovi casi” positivi potrebbe riguardare persone che hanno nel tampone così poco RNA da non riuscire ad infettare le cellule. Nell’intervista Remuzzi insiste dunque che “sotto le 100 mila copie di RNA non c’è sostanziale rischio di contagio“, ossia il virus non riesce ad infettare le cellule. Al contrario, nei soggetti a marzo e inizio aprile con tampone positivo esprimente alta carica virale, “le cellule invece morivano in poche ore”. A sostegno della sua opinione il Professore cita, tra altri, lo studio coreano del Center for Disease Prevention su 285 persone asintomatiche positive: in 790 loro contatti diretti non si è registrato alcun nuovo positivo. In conclusione dire “tampone positivo” non basta, e bisognerebbe quantificare la positività. Se questa è inferiore alle 100 mila copie – secondo Remuzzi e altri – il soggetto positivo non è contagioso e “non ha senso stare a casa, isolare, così come non è troppo utile fare dei tracciamenti che andavano bene all’inizio dell’epidemia”. Per quanto attiene ai 216 nuovi casi registrati in Lombardia su 333 in tutta Italia, vale lo stesso discorso: se fossero analoghi a quelli studiati dal Negri con positività inferiore a 100 mila, anch’essi non potrebbero contagiare gli altri. Per stabilire la contagiosità dei nuovi positivi sarebbe dunque necessario –questo è l’auspicio del Professore – appurare “quanto” virus contengono i tamponi.

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