Poco trattate dai media sono le illusioni che affiorano quando “cure” anticancro, presentate come “nuove”, vengono successivamente ritenute obsolete per il sopraggiungere di ulteriori informazioni. Questi “ripensamenti” in medicina (“medical reserval”, per gli inglesi), tutt’altro che rari, sono prevedibili e opportuni nella medicina scientifica che ha l’obbligo di aggiornarsi di continuo, ma allora l’attenzione al linguaggio deve essere molto attenta per informare senza illudere, evento che non di rado invece accade quando la parola “cura” riguarda pazienti con tumore maligno. Il Dr. Vinay Prasad del “Cancernetwork” osserva come molti lavori concernenti le cure anticancro, proprio a causa del linguaggio usato, hanno contribuito, a favorire un ottimismo circa queste terapie che molto spesso è ingiustificato. In effetti, la letteratura specialistica e i media usano il termine “cura” anche quando tradisce la realtà dei fatti, forse per attrarre l’attenzione sia dei colleghi che dei non addetti ai lavori. Un maggiore rispetto del significato delle parole, ossia una definizione più rigorosa di cosa significhi “cura”, aiuterebbe invece a ridurre l’ambiguità del significato di questo termine, a vantaggio degli stessi professionisti sanitari (migliorando la comunicazione tra di essi) e consentirebbe ai malati e ai loro familiari di farsi un’idea più realistica dell’efficacia delle terapie, della prognosi e della sopravvivenza attesa. Il Dr. Prasad, grazie ad un’ inchiesta tra oncologi clinici, ha mostrato di fatto che l’80% di essi è esitante a usare la parola “cura” ma che ciononostante quattro medici su dieci lo fanno. Solo Il 20%, dunque, per questo oncologo, non userebbe mai questa parola sostenendo che, quando si tratta di pazienti con cancro, “cura” meriterebbe senz’altro di figurare “tra i sette termini tabù che non dovrebbero mai essere usati in medicina”. Altri sostengono tuttavia, che “una parola così carica di speranza possa in ogni modo avere un’influenza positiva sull’esperienza di malattia e sull’auspicata guarigione del malato”. Andando a rileggersi gli articoli di oncologia pubblicati qualche anno fa, nei quali il termine “cura” spiccava nel titolo, Prasad notava che esso poteva proporsi opportunamente solo limitatamente a sottogruppi di pazienti sopravvissuti a lungo e rilevava pure che in realtà quasi il 50% delle pubblicazioni (14 di 29) ricorreva a questa parola per situazioni al momento considerate incurabili. Un altro 30% utilizzava la parola “cura” riferendosi di fatto soltanto alla sopravvivenza di alcuni sottogruppi di pazienti con cancro raffrontata a quella di controlli sani. In definitiva, verificando in letteratura l’esistenza di casi di guarigione “vera”, Prasad ha trovato una realtà ben diversa da quella affiorante dal titolo di molti lavori clinici. “Le parole sono pietre” –diceva Carlo Levi–, in tutt’altro contesto.

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