Dei lettori mi hanno chiesto di spiegare cosa significhi “atopia”, termine spesso mal definito dai e nei media. Atopia deriva dal greco e significa “fuori posto” alludendo alla reazione allergica non usuale alla base della sindrome atopica. Fattori scatenati eterogenei sono alcuni alimenti, pollini, peli, acari della polvere e irritanti fisico/chimici che causano in primis asma bronchiale, dermatite atopica (eczema), febbre da fieno, congiuntivite allergica. Qualcuno ascrive all’atopia anche la esofagite eosinofila. Le sostanze che scatenano la sindrome atopica possono essere inalate, ingerite, inoculate o assunte per semplice contatto con un allergene con cui il soggetto sia già stato sensibilizzato precedentemente. In una minoranza di soggetti l’esposizione all’allergene può provocare una reazione più grave dell’allergia nota come “anafilassi”, espressa da gonfiore della faccia e della gola (angioedema) e dal calo brusco della pressione arteriosa (collasso) con possibile esito fatale. In realtà, molti medici chiamano atopia una qualsiasi reazione allergica, anche non eccessiva, purché mediata dalle “immunoglobuline E” (IgE) che in ogni caso sono responsabili della ipersensibilità immediata tipica appunto sia dell’allergia che dell’anafilassi (gli esperti parlano di sensibilità di tipo 1). Anche lo sviluppo di anafilassi sembra dipendere da una predisposizione genetica mediata da una eccessiva produzione di IgE e il rischio raddoppierebbe se un famigliare di primo grado soffrisse anch’egli di atopia. Circa il ruolo possibile di fattori ambientali qualcuno ha ipotizzato che sia l’eccesso di “pulizia” che circonda i bambini (solo in Occidente, purtroppo!) a causare un calo di stimoli infettivi, i quali invece sarebbero utili per un equilibrato sviluppo del sistema immunitario. È stato pure sospettato (ma non provato) che la dieta della gestante possa influire sul rischio di atopia del neonato (asma, in primis), rischio che risulterebbe minore se la futura mamma avesse seguito “ante partum” una dieta mediterranea. Ancora, da uno studio multicentrico (PARSIFAL) su 6630 bambini di età tra i 5 ed i 13 anni in cinque paesi europei, emergerebbe che l’uso restrittivo di antibiotici ed antifebbrili si associ ad un ridotto rischio di reazioni atopiche. Insomma, la sindrome atopica è una patologia complessa che solleva questioni di diagnosi e pure di terapia che non può comunque essere univoca e definitiva. L’eczema, per fare un esempio, migliora spesso momentaneamente con alcuni antibiotici o dopo lavaggi con soluzioni a base di cloro che ostacolano la colonizzazione batterica della cute, specie ad opera dello Stafilococco aureo. Altri farmaci in uso sono i cortisonici (orali o sistemici) e gli immunosoppressori per uso topico, cure comunque non prive di rischio da praticare a breve termine e sotto controllo di uno specialista.

Condividi questo articolo su Fackebook:
  • Facebook