La pillola abortiva, o RU-486, è il “mifepristone”, antiormone sintetico che blocca gli effetti dell’ormone “progesterone” necessario alla prosecuzione di una gravidanza. La mucosa dell’utero dopo RU-486 diventa inadatta ad accogliere l’embrione il quale viene poi espulso grazie ad una prostaglandina (“misoprostolo”) che induce efficaci contrazioni dell’utero. Specie prima della Legge 194 (1978) l’aborto non terapeutico era spesso gestito dalle cosiddette mammane, operanti in condizioni igieniche allucinanti e rischiose per la donna. L’espulsione misoprostolo-indotta nel 70% dei casi avviene già nelle prime ore, ed è più tardiva nell’altro 30%. Nonostante le proteste degli anti-abortisti, nel 2005 la RU-486 è stata inclusa dalla OMS tra i farmaci essenziali sollevando comprensibili reazioni della Chiesa. In ritardo rispetto ad altri Paesi, in Italia la RU-486 è stata introdotta appena nel 2009. ma con il vincolo che l’aborto avvenisse in ospedale “dal momento dell’assunzione del farmaco fino alla verifica dell’espulsione del prodotto del concepimento”. Questo vincolo è stato rimosso giorni fa dall’AIFA (Gazzetta Ufficiale 14/8/2020), con il documento “Modifica delle modalità di impiego del medicinale Mifegyne a base di mifepristone (RU-486)”. In linea con le norme vigenti a livello europeo, oggi si consente l’uso della RU-486 dal 49° fino al 63° giorno di amenorrea, pari a 9 settimane compiute di età gestazionale. Le modalità sono le seguenti: fino al 49°giorno di amenorrea unica dose orale di RU-486 seguita, dopo 36-48 ore, dall’assunzione di misoprostolo per via orale (oppure di prostaglandina “gemeprost” per via vaginale); tra il 50° e il 63° giorno di amenorrea unica dose orale di RU-486 seguita, a 36-48 ore di distanza, da gemeprost per via vaginale. Inoltre, parere favorevole del Consiglio Superiore di Sanità all’assunzione della RU-486 non necessariamente in ospedale, ma pure in strutture ambulatoriali attrezzate ad hoc, collegate con l’ospedale e autorizzate dalla regione, o in consultori oppure in day hospital. Questo articolo vuole esser solo informativo e senza implicazioni etiche. Doveroso tuttavia segnalare che nel 2016, considerando solo gli aborti attuati da cittadine italiane, il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza (che sarebbero state decise comunque) è sceso sotto i 60 mila, una riduzione del 74,7% rispetto al 1982. I dati sembrano dunque indicare che il ricorso all’aborto farmacologico, indubbiamente meno traumatizzante dell’aborto chirurgico, non ha fatto dilatare, come poteva temersi, il numero degli aborti rispetto ai tempi in cui prevalevano quelli clandestini delle mammane. Ciò non toglie naturalmente che l’aborto sia sempre un evento drammatico e molto increscioso che non deve diventare una soluzione superficiale “fatta in casa“, inaccettabile a prescindere da ogni considerazione religiosa.

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