Da 50 a 100 sono i gruppi di ricerca che tentano di sviluppare in breve un vaccino efficace e sicuro contro il SARS-CoV-2 .I media parlano al riguardo di “fasi” nella sperimentazione il cui significato è però poco noto al grande pubblico che pertanto ignora se siamo vicini alla vittoria o siamo solo fuorviati da annunci. La prestigiosa rivista “Lancet” ha pubblicato il 4 settembre 2020 non l’annuncio di Putin ma lo studio dettagliato dei ricercatori russi che dimostrerebbe un netto progresso nella realizzazione del vaccino. Prima di commentare la ricerca russa (specie per un incompetente in campo virologico come chi scrive), ma basandomi unicamente sul come si fa una sperimentazione clinica (tema di cui invece mi occupo da anni), ritengo utile spiegare ai non esperti quali sono le fasi di una sperimentazione condotta secondo norme riconosciute internazionalmente per qualsiasi tipo di farmaco. Una “fase preclinica” comprende studi sia in vitro (provetta o culture cellulari) che su animali. In base agli esiti si deciderà se un farmaco ha un minimo di requisiti (in primis assenza di tossicità) per essere studiato ulteriormente. In “fase zero” una sub-dose di farmaco viene saggiata in pochi soggetti volontari per verificare come l’organismo metabolizzerà il farmaco (farmacocinetica). In “fase 1” un centinaio di volontari pagati, ricoverati e monitorati da personale addestrato ad hoc riceveranno il nuovo agente per testare principalmente gli eventuali effetti avversi, il dosaggio migliore (che sarà inferiore a quello che ha dato effetti collaterali nell’animale) e la formulazione (orale, parenterale, per aerosol). In “fase 2” il numero dei soggetti studiati è maggiore (centinaia); servirà a perfezionare le informazioni della fase 1 su efficacia e tossicità. Parte di questi studi saranno “randomizzati in doppio cieco”, in cui il farmaco si confronta con un preparato inerte come il placebo (l’assegnazione casuale è ignota anche al ricercatore oltre che al soggetto trattato). La “fase 3” prevede centinaia-migliaia di soggetti, per cui gli studi sono spesso multicentrici. molto costosi e richiedono molto tempo: essi servono alla valutazione di quanto sia efficace il nuovo farmaco rispetto al non trattamento placebico o alla cura eventualmente usata fino ad allora. Almeno 2 studi di fase 3 dimostranti l’efficacia e la sicurezza sono richiesti perché si ottenga dagli enti regolatori l’autorizzazione alla commercializzazione del farmaco (di norma concessa solo per il 50% dei farmaci candidati). La “fase 4”, detta di sorveglianza post-marketing, serve principalmente a verificare la sicurezza, data la numerosità dei soggetti curati. Una sperimentazione seria dalla fase preclinica alla commercializzazione può richiedere più di 12 anni e costare oltre 1 miliardo di dollari. Venendo ora al vaccino sperimentale russo, esso ha superato finora le fasi 1 e 2, utili, come s’è detto, soprattutto per testare la sicurezza. La sperimentazione ha riguardato 76 adulti (18-60 anni) cui si sono praticati due varianti di vaccino. Queste si sono ottenute utilizzando degli adenovirus (simili a quelli del banale raffreddore) modificati con proteine estratte dallo SARS-CoV-2. Dopo quasi 2 mesi dalla somministrazione il plasma dei soggetti vaccinati si è confrontato con quello di quasi 5000 pazienti convalescenti da una pregressa COVID-19 lieve-moderata. Nei vaccinati la concentrazione di anticorpi risultava molto più marcata rispetto a quella dei convalescenti. La “fase 3” in fieri coinvolgerà 49 mila volontari, ma le autorità russe hanno già autorizzato l’uso del vaccino in alcuni sottogruppi di popolazione, ciò che ha suscitato riserve scientifiche. Un commento asettico sintetico può essere che le fasi 1 e 2 della sperimentazione russa sembrano promettenti, ma che tuttavia l‘autorizzazione alla vaccinazione prima della conclusione della fase 3 è metodologicamente criticabile in quanto al di fuori dei canoni previsti per una ricerca clinica ottimale. Tanto più che ancora si ignora, e non le si può ricavare dallo studio russo, né l‘efficacia clinica degli anticorpi né la persistenza di questi. La fretta d bruciare i “tempi metodologici” è in ogni modo sospetta e sottintende forzature politiche non solo di Putin o di Trump. Se il vaccino risultasse inefficace (speriamo di no, nonostante le riserve metodologiche) gli unici a festeggiare sarebbero i “negazionisti”. Basta un “No comment”?

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