Quando si parla di rispetto per l’ambiente, ci si dimentica che si sta parlando di tutti noi. Fanno impressione i documentari che mostrano isole fatte di plastica di dimensioni incredibili: tra le Hawaii e la California, ad es., un’isola di plastica è grande cinque volte e mezzo l’Italia! Finito il documentario, la percezione delle conseguenze scompare rapidamente, ma anche il cittadino più consapevole si sente impotente a intervenire in qualche modo. Ad esempio, quando egli va a comperare dell’acqua minerale la trova solo in bottiglie di plastica: cosa dovrebbe fare? Senza drastici provvedimenti internazionali, la situazione è destinata a peggiorare, sia per la irresponsabile apatia delle “nazioni civili”, sia per il fatto che milioni di poveri sul pianeta, migliorando anche di poco il loro status, useranno sempre più prodotti commerciali in contenitori di plastica. Ciò detto, ricordiamoci che soprattutto pesci e cetacei sono ormai da anni a rischio maggiore: ad es. il 33% dei capodogli spiaggiati in Italia sono risultati intasati a causa della plastica scaricata in mare ed erroneamente ingoiata. Anche noi umani, quando ci nutriamo di pesci o di altri animali acquatici, ingeriamo inconsapevolmente della microplastica. Nonostante questi dati siano ben noti alle Autorità dei vari Paesi, non si è preso al momento alcun provvedimento concreto significativo. Ed ecco la notizia bomba allarmante segnalata di recente dal reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma e dal Politecnico delle Marche: per la prima volta si sono riscontrate particelle di microplastica nella placenta di feti umani. Secondo il direttore della Ginecologia di Roma prof. Ragusa è come immaginare (esagerando?) un bambino “cyborg”, ossia un misto tra entità biologica e componenti inorganici. In sostanza un essere bionico composto in futuro sì da cellule umane, ma con l’innesto di elementi sintetici. Il quotidiano “Guardian” riporta che nello studio si sono analizzate le placente di sei donne sane (18-40 anni) con gravidanze normali, che hanno dato il loro consenso alla ricerca. In esse si sono scoperti 12 frammenti di materiale artificiale, di cui tre chiaramente identificati come polipropilene, il materiale con cui vengono realizzati le bottiglie di plastica e i tappi. Altri nove frammenti erano costituiti da materiale sintetico verniciato. Cinque particelle erano presenti nella parte di placenta attaccata al feto (e quindi parte integrante di esso), quattro nella parte attaccata all’utero e tre dentro le membrane che avvolgono il feto. Che sia stata analizzata soltanto il 4% di ogni placenta, fa sospettare che il numero totale di microplastiche sia in realtà molto più alto e la domanda che si pone è allora: essendo così minute, queste microparticelle potrebbero entrare in circolo anche nel feto? Urgono provvedimenti concreti.

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