“Skin hunger”, letteralmente “fame di pelle” è una conseguenza meno considerata della pandemia dovuta al virus SARS-CoV-2. Si tratta di un effetto collaterale del tutto peculiare. Non è una reazione avversa meno nota, come ad es. la perdita momentanea del gusto e dell’olfatto, ma una conseguenza psicologica legata alla forte limitazione dei contatti fisici interpersonali. Il bisogno di toccarsi in vario modo con gli altri, esigenza talora inconsapevole o messa non bene a fuoco, è un contrassegno degli esseri umani piccoli e grandi, che sin dalla nascita sono abituati al contatto, al toccamento. Dopo la nascita, il bimbo è già abituato al contatto col seno della madre e alle sue coccole manuali, oltre che al suo odore e alla sua voce. La prima forma di comunicazione con il neonato è tattile prima che verbale. Grazie alle carezze e alla voce, il bambino viene rassicurato, ciò che gli permette di sopportare le prime frustrazioni e di addormentarsi sereno. Il toccamento come metodo aggiuntivo non verbale di comunicazione con gli altri si sviluppa in seguito in vari modi, talmente spontanei che manco ci si pensa che si tratti di “Skin Hunger”. Una  stretta mano, un braccio sulla spalla, un abbraccio, un bacio, un qualsiasi altro gesto manuale d’amicizia o d’amore soddisfano un’abitudine consolidata se non una necessità innata di contatto fisico. La rivista “Nature” riporta che Bo Balder, scrittrice freelance, ha pubblicato un articolo intitolato appunto “Skin Hunger” per enfatizzare l’importanza  del fenomeno: una ragazza incolume da un incidente si ritrova sola, al buio, in un ambiente chiuso senza contatto con altri. Eppure “…I suoi piedi toccavano un pavimento caldo e silenzioso che somigliava al legno e il suo corpo poteva ancora reagire a piccoli piaceri”. L’importanza della sensazione tattile diventava per lei un baluardo contro la disperazione. Figuriamoci il contatto con esseri umani. Ora la pandemia da SARS-CoV-2 e alle sue varianti (e speriamo che queste non impongano limitazioni ancor maggiori!) ha fortemente ridotto la possibilità/esigenza di contatto così innata con le altre persone ed è presumibile che queste limitazioni avranno anche in futuro delle conseguenze significative, benché di diverso peso a seconda della popolazione coinvolta. A prescindere da altri aspetti (polmonite interstiziale, riflessi economici), non possiamo, insomma,  trascurare gli effetti puramente psicologici della pandemia. Le conseguenze di lunghi mesi di distanziamento sociale degli individui e di “fame di pelle” possono manifestarsi a distanza perché, secondo lo psichiatra Ribolsi, esse potrebbero lasciare tracce pesanti nella nostra memoria. Intanto, sembra già registrarsi un aumento dei suicidi. Un gran benvenuto ai vaccini, dunque (ma tuttavia, per il momento, ancora prudenza di ciascuno  con uso di mascherine, distanziamento e lavaggio delle mani!).

Condividi questo articolo su Fackebook:
  • Facebook