Si parla spesso di intelligenza artificiale (IA) ma pochi (tra cui chi scrive!) sanno esattamente di cosa si tratta.  Possiamo accontentarci di considerare la IA come la “abilità di una macchina di mostrare capacità umane, quali ragionamento, apprendimento, pianificazione e creatività”. La IA viene usata anche in medicina per esempio per controllare e riconoscere infezioni o altro a partire da indagini strumentali o pure per fornire dati sulla progressione di una epidemia, quella da COVID-19 inclusa. Un interesse peculiare riveste l’uso della IA per studiare il ruolo del sistema immunitario nell’invecchiamento, ricordato opportunamente anche da Elena Riboldi dell’Agenzia Zoe. Si è partiti dall’analisi di molecole coinvolte nell’immunità presenti nel sangue di 1001 soggetti di età compresa tra 8 e 96 anni, grazie alle quali si è sviluppato un “Orologio infiammatorio dell’invecchiamento (iAGE)”. Questo strumento permetterebbe di distinguere tra invecchiamento sano e non sano, evidenziando pure le molecole più rilevanti nel processo che porta alla vecchiaia. Il profilo infiammatorio di chi invecchia in modo sano e quello di chi soffre di patologie croniche, vascolari e non, è infatti profondamente diverso. Ebbene lo strumento iAGE, messo a punto all’università di Stanford, sarebbe in grado di definire questo profilo e di valutare lo stato generale di un soggetto che sta invecchiando. Che una infiammazione cronica contribuisca all’invecchiamento non è una novità, ma non erano fino ad ora identificati i biomarcatori da utilizzare per definire la cronicità dello stato infiammatorio, cosa che i ricercatori della Stanford University hanno fatto usando proprio la IA. Il loro “Orologio infiammatorio dell’invecchiamento” (ne sono stati proposti anche altri basati sull’epigenetica, trattata in precedente rubrica o sul mRNA) consentirebbe pure di “spostare le lancette di questo orologio”. I ricercatori americani avrebbero dimostrato che il fattore che massimamente concorre all’ iAGE è una “chemochina” siglata come CXCL9. Le chemochine sono proteine capaci di attrarre leucociti, batteri e altro attive anche in altri processi come  la formazione di nuovi vasi sanguigni. La CXCL9 risulta specialmente coinvolta nell’invecchiamento del cuore e nella buona funzione delle cellule che costituiscono il rivestimento di vene , arterie e capillari. Un cattivo loro funzionamento concorre all’irrigidimento delle arterie che gioca un ruolo di spicco nell’invecchiamento. Questo danno può essere prevenuto e corretto “silenziando”, cioè inibendo, proprio la CXCL9. In pratica, le terapie dirette contro la proteina CXCL9 potrebbero essere usate per prevenire il deterioramento dell’apparato cardiovascolare e quindi l’invecchiamento tout court. Benvenuta dunque la intelligenza artificiale, visto che quella naturale dell’ uomo non pare sempre… esaltante.

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