Il fanatismo descritto nella prima parte di questo articolo sulla Sindrome della fatica cronica (SFC) è allucinante anche perché i ricercatori, accusati (e minacciati per questo) di perder tempo a indagare sulla efficacia di terapie neuro-psichiatriche, escludevano a priori cure antivirali auspicate invece dai fondamentalisti. Tra i virus che secondo i fanatici (e non solo) dovevano essere combattuti troviamo in primis quello della Mononucleosi infettiva, il citomegalovirus,  l’Herpesvirus umano, l’HIV (causa dell’AIDS) e più di recente pure il SARS-CoV-2 (COVID-19). I virus potrebbero non essere fattori causali diretti della SFC, approfittando per agire dell’eventuale immunodepressione dei soggetti con SFC, in altre parole peggiorando il deficit del sistema immunitario. Tuttavia, ricerche recenti condotte nel 2022 al King’s College di Londra e pubblicate sulla rivista ”Psychoneuroendocrinology” dimostrerebbero che ad avviare la SFC ci sarebbe non un deficit di reazione immunitaria ma una risposta iperattiva di questo sistema. Lo studio è stato condotto su 55 pazienti affetti da epatite C, precedentemente trattati con interferone alfa. Durante il trattamento, 18 di essi sviluppavano i sintomi della CFS persistenti per oltre  6 mesi, nei quali  la risposta immunitaria, rispetto ai restanti 37, risultava effettivamente più alta di quella presente prima dell’inizio del trattamento. La dr.ssa Alice Russel rimarca al riguardo che, una volta stabilizzatisi i sintomi della SFC, l’attività del sistema immunitario rientrerebbe però nella norma, affermando testualmente: “Per la prima volta, abbiamo dimostrato che le persone inclini a sviluppare la sindrome da SFC hanno un sistema immunitario particolarmente vivace nel periodo precedente e/o contemporaneo agli esordi. Le nostre scoperte suggeriscono che queste persone possono effettivamente avere un rischio maggiore di sviluppare la SFC”. Sembrerebbe dunque assodato che i soggetti con SFC, quando lamentano sintomi conclamati e persistenti, non mostrano più alcun aumento della reattività immunitaria presente invece prima o solo agli inizi della sindrome. In effetti, lo stesso team di ricercatori, confrontando la reattività immunitaria di 54 soggetti affetti da SFC con quella di 57 sani asintomatici, non ha rilevato differenze significative tra i due gruppi. La SFC tende a essere diagnosticata troppo tardi e con difficoltà e non esistono esami di laboratorio che consentano una diagnosi certa. In assenza di una causa definita e dimostrabile, anche la cura della SFC è incerta: antinfiammatori non steroidei (FANS), antidepressivi, farmaci ipnotico-sedativi, terapia cognitivo-comportamentale, attività fisica moderata o, infine, integratori vitaminici, provvedimenti peraltro tutti di dubbia, fugace e insoddisfacente efficacia. Malati di SFC veri e problematici, dunque, non fannulloni sfaccendati.

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