Ci siamo già soffermati sui rischi dell’eccesso di farmaci specie in soggetti anziani con decadimento cognitivo. Il problema si pone in particolar modo per i soggetti vedovi, senza assistenza famigliare, o in casa di riposo (se le condizioni economiche lo permettono!). La rivista “Recenti Progressi in Medicina” (maggio 2022), basandosi su almeno tre contributi recenti (2021-2022) riprende  in proposito la necessità del “deprescribing”. Con questo termine si intende la riduzione/sospensione di farmaci non tutti giustificati (anche fino 12  pure in qualche mio ex-paziente!) al fine di ridurre possibili reazioni avverse (e la spesa sanitaria!). Queste  sono inaccettabili  quando i farmaci si rivelano poco utili o se gli effetti avversi superano i potenziali benefici. Ciò vale per tutti ma, in particolare, per gli anziani con sensibile decadimento cognitivo, come quelli affetti da demenza di Alzheimer o di altro tipo. Uno studio specifico al riguardo è stato realizzato per la durata di 1 anno nel periodo tra 1 aprile 2019 e marzo 2020 in 18 ambulatori medici di cure primarie.  Lo studio ha riguardato 3012 pazienti over 65, tutti affetti da demenza lieve ma manifesta, associata a malattie croniche per le quali essi assumevano non meno di 5 farmaci. I relativi benefici erano registrati a lungo termine. I medici curanti coinvolti nello studio, durante riunioni preventive mensili avevano ricevuto suggerimenti per la de-prescrizione, mentre ai pazienti era stato inviato un opuscolo educazionale atto a comprendere quale fosse la posizione dei loro medici nei riguardi della ridotta prescrizione dei medicinali. Ebbene, i risultati non son stati affatto incoraggianti, perché dallo studio risultava che l’educazione/informazione dei pazienti e degli stessi medici non ha avuto effetti sensibili sul “deprescribing” di farmaci ritenuti inappropriati, cioè a dire con effetti avversi potenzialmente superiori agli insignificanti vantaggi clinici (come evidentemente riferito dalle persone vicine, familiari o badanti, se ci sono!). La conclusione del minieditoriale va riportata alla lettera: “È necessario studiare nuovi percorsi formativi e educazionali rivolti sia ai medici, sia alle famiglie, per sperare di riuscire ad alleggerire il numero di prescrizioni non opportune nei pazienti anziani, questione che rappresenta un problema segnalato anche dalle istituzioni sanitarie del nostro Paese”.  Il “deprescribing” si rivela comunque un problema in qualche modo paradossale perché molta gente con decadimento cerebrale (o anche senza!) assume con fatica farmaci di assodata utilità ed è attratta invece da farmaci inutili o da pseudomedicine. Qualcuno ha detto che  la differenza fondamentale tra l’uomo e l’animale consiste proprio nella voglia di prendere medicine. Che sia così?

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