Il British Journal of Sport Medicine ha pubblicato quest’anno un’ampia revisione di ricercatori brasiliani sugli effetti a breve e a lungo termine della COVID-19 in atleti che praticano sport a vari livelli. La ricerca ha analizzato 43 articoli sul tema includenti 11.500 atleti sia professionisti di alto rango che amatori impegnati comunque in gare. Risultati principali: il 74% degli atleti manifestava disturbi durante la fase acuta della COVID consistenti principalmente in perdita dell’olfatto e del gusto (46,8%), febbre o brividi (38,6%), mal di testa (38,6%), stanchezza o facile affaticamento (37,5%) e tosse (28%). Fortunatamente,  forse in ragione della salute e dell’età non avanzata degli atleti, solo poco più dell‘1% progrediva verso una forma grave di malattia, percentuale non dissimile peraltro da quella registrata nella popolazione di non sportivi. I ricercatori riconoscevano tuttavia che gli atleti impegnati in competizioni importanti vengono controllati in modo più accurato e regolare, a differenza della popolazione normale che di rado denuncia i sintomi lievi per cui le cifre che li riguardano sono verosimilmente sottostimate. Dopo la fase acuta della COVID-19 lo studio rileva che l’8,3% degli atleti in media (intervallo tra 3,8 e 17%) lamenta ancora una sintomatologia persistente. I disturbi registrati anche in questi erano alterazioni del gusto e dell’olfatto (30%), presenza di tosse (16%), facile  affaticamento (9%), dolore toracico (8%). Trattandosi di atleti, importante inoltre che il 3% di essi riferisce una certa intolleranza all’esercizio fisico, cioè all’allenamento. Disturbo quest’ultimo certo non grave, ma non marginale per un agonista coinvolto in competizioni impegnative e ravvicinate. Le varie federazioni sportive adottano protocolli simili secondo i quali il ritorno all’attività agonistica è autorizzato circa una settimana dopo la scomparsa dei sintomi dovuti alla COVID-19. Ciò si scontra tuttavia col fatto che soggettivamente non tutti gli atleti si sentono in grado di riprendere gli allenamenti dopo un’interruzione così breve dell’attività fisica, e ciò vale specie in caso di sport contrassegnati da competizioni molto frequenti. Segnalazioni precedenti inviterebbero a una maggiore prudenza per non aumentare in particolare il rischio di miocardite, in quanto pure il muscolo cardiaco può essere aggredito dal virus SARS-CoV-2. Tuttavia, la succitata revisione del British Journal of Sport Medicine, rileva che in una popolazione di controllo COVID-negativa il percento di miocardite è simile ed è pertanto possibile che il danno miocardico eventualmente rilevato in qualche atleta COVID+ fosse preesistente e non indotto dal virus. È anche auspicabile che uno studio similare sia effettuato dopo la comparsa delle varianti omicron del SARS-CoV-2, perché la ricerca brasiliana è stata condotta prima del loro affiorare.

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