HPAI è l’acronimo che sta per “Influenza aviaria ad alta patogenicità” di cui si sta registrando la più grande epidemia animale (non umana!) fino ad ora in Europa. Una massiccia mortalità di volatili, si è registrata in particolare in Germania, Francia, Paesi Bassi e Gran Bretagna. L’estensione geografica dei focolai epidemici di influenza aviaria è sbalorditiva: dalle isole Svalbard che si trovano  nell’Oceano Artico (a metà strada tra Norvegia e Polo Nord) al Sud del Portogallo e in  37 paesi europei, Ucraina inclusa, (già piena di guai!). Un recentissimo comunicato ufficiale dell’EFSA (European Food Safety Authority) conferma che solo nel trimestre giugno-settembre 2022 si è avuto un numero di casi mai registrati prima di HPAI in volatili sia selvatici che domestici. L’infezione colpisce prevalentemente gli uccelli selvatici migratori, che fungono da serbatoio e possono eliminare il virus attraverso le feci. Se i volatili migratori solitamente non si ammalano, essi possono tuttavia risultare molto contagiosi per gli uccelli domestici come polli, anatre, oche, tacchini e anche per gabbiani, cigni, anatre e uccelli che  popolano i fondi melmosi del mare e delle acque dolci (detti “limicoli”), come la pavoncella. Per non creare allarmismi e inutili precauzioni frettolose è bene ribadire  che si  tratta di “epidemia di volatili e non nell’uomo”. In effetti, nonostante i dati epidemiologici riguardanti gli uccelli, il Dr. Calogero Terregino, Direttore del Laboratorio di riferimento europeo per l’influenza aviaria, dichiara che il rischio di “spillover” (= salto di specie) dagli animali all’uomo per un suo contatto diretto con materiale infetto da un virus influenzale aviario è al momento molto basso e solo in persone a peculiare rischio. Aggiunge  tuttavia Terregino che “la situazione necessita di essere costantemente monitorata perché il virus, come si è detto, è molto diffuso e può evolvere [per sua mutazione genetica] in senso negativo in ogni momento”. Per ora i virus dell’influenza aviaria, possono solo occasionalmente trasmettersi alle persone che si tocchino orecchie, naso e bocca dopo aver toccato volatili infetti o secrezioni e feci disseccate di animali infetti anche domestici. Le persone più esposte al salto di specie sono proprio quelle presenti nei focolai di HPAI e sono gli allevatori di animali particolarmente sensibili ai virus influenzali in genere, i commercianti di uccelli vivi e gli addetti alla lavorazione del pollame (macellazione, spiumatura, manipolazione delle carcasse). In ogni modo, i virus responsabili di focolai influenzali nel pollame sono poco pericolosi per l’uomo e le rare infezioni occorse sono state asintomatiche o quasi, pochi i casi spedalizzati e pochissime segnalazioni di decessi. Se presenti, i più comuni sintomi iniziali sono simil-influenzali: febbre alta (maggiore o uguale a 38°C) e tosse seguiti da disturbi respiratori (dispnea). Meno comuni sono il mal di gola o la rinorrea. Nel decorso clinico, solo pochi pazienti infettati da sottotipi specifici di virus aviario (AH5N1) hanno pure lamentato  sintomi non respiratori come diarrea, vomito, crampi addominali, rinorragia-e gengivorragia, meningoencefalite e dolore toracico. Infine, solo in pochissimi dei già rari pazienti, infetti da specifici ceppi di virus aviario, la malattia umana può avere un decorso clinico aggressivo contrassegnato da polmonite grave, insufficienza respiratoria, disfunzione multiorgano, shock settico e infezioni batteriche/fungine secondarie. In pochi pazienti colpiti da influenza aviaria l’infezione è stata correlata al consumo di piatti a base di sangue di pollame contaminato crudo, pericolo inesistente peraltro dopo semplice cottura. Per quanto riguarda la trasmissibilità da uomo a uomo di questi virus, i dati disponibili suggerirebbero che questa sia alquanto improbabile, benché non la si possa escludere se il contatto interumano è stretto e prolungato. Il periodo di incubazione nei soggetti colpiti dal virus aviario è più lungo di quello dell’influenza stagionale e varia, a seconda del sottotipo virale, da 5 a 17 giorni. Nessun allarmismo dunque e comunque non esisterebbe al momento un vaccino specifico contro la HPAI. La eventuale somministrazione alle persone infette da uno specifico sottotipo virale (AH5N1) di farmaci usati talora nella normale influenza stagionale, di efficacia peraltro assai controversa come oseltamivir o zanamivir, è utile (forse) solo per migliorare il decorso clinico che solitamente risulta già poco preoccupante.

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