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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)  riporta che ogni anno si registra 1 suicidio ogni 40 secondi. Per ogni soggetto che riesce nell’impresa, altri 20  lo tentano senza riuscirci. Nella fascia che va dai 15 ai 29 anni Il suicidio è così la seconda causa di morte e nell’80% dei casi si verifica nei Paesi poveri mediante impiccagione, uso di armi da fuoco e pesticidi. Sono esclusi dal conteggio gli immigranti che abbandonando per mare situazioni drammatiche vanno incontro non di rado a un suicidio involontario. Più allucinanti ancora sono le cifre 2018 dell’OMS, riguardanti non il suicidio ma la mortalità infantile. Cifre che meriterebbero maggiore diffusione perché “occhio non vede cuore non duole” e si preferisce allora  girarsi dall’altra parte per non inorridire. Basti pensare che nel mondo ogni 5 secondi muore un adolescente di meno di 15 anni per cause (ahinoi!) prevenibili. Nel 2017 i ragazzi di età inferiore ai 15 anni deceduti sono stati 6,3 milioni e di questi 5,4 milioni sono morti nei primi 5 anni di vita, mentre i neonati hanno costituito il 50%. Nei Paesi più poveri la probabilità di morire nei primi 5 anni di vita è 60 volte maggiore rispetto all’Occidente. Fortunatamente in Italia la situazione è diversa e inoltre si registra un progressivo miglioramento anche se il censo gioca comunque un ruolo non trascurabile. Tra gli under 5 si è passati da un tasso di mortalità negli anni ’90 di 10 decessi ogni 1000 nati vivi al 3 per 1000, con una riduzione annuale del 3,9%. La mortalità neonatale pure è scesa dal 6/1000 degli anni ’90 al 2/1000 del 2017. L’UNICEF segnala che dal 1990 non sono mancati nel mondo dei progressi nel salvare piccole vite grazie a misure che dovrebbero essere semplici (ma non lo sono affatto!) come acqua potabile, medicinali, vaccini e elettricità. Sempre secondo i dati 2017 la mortalità infantile nei bambini di meno di 5 anni  si è concentrata per il 50%, nell’Africa sub-sahariana, nel 30% nelle zone meridionali dell’Asia e il resto in diverse aree povere del mondo. Particolarmente doloroso è che i bambini muoiano per complicazioni già alla nascita (sepsi neonatale, diarrea, polmonite e malaria) sia prevenibili che curabili. Tra i più grandicelli (5-14 anni) come causa mortis si aggiungano l’annegamento e, curiosamente, il traffico stradale, a prescindere naturalmente da cause belliche. Poco noto, infine, è che più bimbi di meno di  5 anni muoiono se le madri sono poco istruite e purtroppo l’istruzione langue proprio nelle stesse zone. Suicidi e decessi infantili, così diversi per motivazioni, sono di fatto indicatori di una civiltà (?) che lascia molto a desiderare. È vero che ci vorrebbero tanti soldi, ma questi si trovano senza fatica per gli armamenti o per questioni meno vitali come ad esempio eventi sportivi miliardari (tennis, calcio, formula 1 etc) che ricordano tanto il panem et circenses.

La “fibrosi cistica pancreatica”  (FC) o “mucoviscidosi” − rubrica a gentile richiesta di una lettrice −  è una patologia ereditaria rara che costituisce la causa più comune di morte tra le malattie genetiche della popolazione bianca. Negli USA 1 su 4000 bambini nasce con la FC contro 1 su 15000 bambini afro-americani e 1 su 32000 americani-asiatici. In Italia si conta 1 caso su 3000 nati. La forma clinicamente più grave la si riscontra in caso di “omozigosi”, termine indicante che il bambino ha ereditato la stessa impronta genetica da entrambi i genitori. Mutuato è uno specifico gene situato sul cromosoma 7 che induce la cellula a “codificare” cioè a produrre una proteina preposta di norma a regolare l’escrezione del cloro dalle cellule epiteliali che rivestono i dotti di vari organi. La mutazione comporta la secrezione di muco denso che costituisce una specie di “tappo” specie nei bronchioli polmonari e nei dotti pancreatici che non riescono a “scaricare”. Di conseguenza, i sintomi principali sono ascrivibili in primis a broncopolmiti ricorrenti e a insufficienza pancreatica con maldigestione e conseguente “steatorrea”, cioè escrezione abnorme di grassi fecali (più di 7 grammi al giorno), associata a diabete. A prescindere dallo screening neoanatale (incluso il saggio del tripsinogeno immunoreattivo nel sangue, penalizzato per altro da troppi falsi positivi) la diagnosi si basa sui sintomi respiratori e digestivi, sul test del sudore (aumento degli elettroliti, “cute salata”), e sul defici di crescita staturale. Lo screening e le cure sintomatiche hanno mgliorato molto la prognosi. Negli USA, ad esempio, la sopravvivenza media di un bimbo con FC che era di  6 mesi nel 1959 è aumentata nel 2008 a 37 anni. In Canada si è passati dai 24 anni nel 1982 ai 48 anni nel 2007, cifre che dovrebbero far riflettere sul potenziale della medicina convenzionale (e non certo dei rimedi “alternativi”!) in malattie gravi come la FC. Le cure convenzionali mgliorano anche la qualità della vita e si avvlgono soprattutto di antibiotici (complicazioni broncopolmonari), dosi elevate di enzimi pancreatici, tecniche di riproduzione assitita (data la infertilità di pazienti adulti) e nei casi gravi refrattari persino di trapianto di ambedue i polmoni (di uno sarebbe inutile). Nel 2019 è stata approvata dalla FDA il “trikafta”, una terapia costituita da 3 farmaci (elexacaftor/ivacaftor/tezacaftor), che farebbero funzionare meglio le proteine rese difettose dalla mutazione del gene CFTR. La maggiore efficacia di trikafta è stata registrata in pazienti con FC dai 12 anni in su, ma solo se affetti dalla mutazione più frequente negli USA, nota agli esperti come F508. Purtroppo, molti bambini hanno mutazioni diverse dall’F508 non sensibili al trikafta. Progressi dunque ci sono ma la battaglia è ancora lunga. La terapia genica per il momento è solo un progetto.

Le donne faticano di più ad affermarsi professionalmente pure come medici nelle Università e, a parità di lavoro, sono spesso sottopagate rispetto ai maschi in Italia e in altri Paesi. Per loro è pure più difficile inserire il proprio nome tra gli autori degli articoli scientifici pubblicati (fattore non marginale di successo nella carriera universitaria). Ad affrontare questo aspetto sono stati i Dr. KL Hart e RH Perlis pubblicando nel 2019  sulla rivista “JAMA Intern Med “ una verifica di quante donne risultassero autrici di articoli di medicina nel decennio 2008-2018. I periodici considerati per tale inchiesta riguardavano diverse specialità: pediatria, radiologia,  anestesiologia, ostetricia e ginecologia, neurologia, medicina generale, dermatologia, psichiatria e oncologia. Ad essi venivano aggiunte per completezza 4 autorevoli  riviste di medicina generale (NEJM, JAMA, BMJ, Lancet). Tutti gli articoli erano contrassegnati da un alto “impact factor”, indice numerico considerabile dai lettori non medici come prova dell’interesse della pubblicazione, a sua volta espressione (con qualche riserva) di importanza della ricerca. Sorpresa significativa è intanto che l’impact factor risulta maggiore nelle pubblicazioni dove maggiore è  il numero di donne. Nei 274.764 articoli analizzati, la quota di autrici tra il 2008 e il 2018, risulta  aumentata del 4,2%, il numero di donne come primo nome (che spetta di solito a chi ha collaborato di più alla ricerca) è cresciuto del 3,6%, e le dottoresse come autore ultimo (di solito il capo equipe o il collaboratore meno coinvolto) sono aumentate del 7,8%. Il maggior aumento percentuale di autrici mediche si è registrato in pubblicazioni di ostetricia e ginecologia. Gli articoli che hanno come ultimo autore una ricercatrice hanno pure il 13,0% in più di probabilità di avere una donna come primo autore. In definitiva, la visibilità femminile nella letteratura medica specialistica cresce, ma è ingiustificatamente lenta e stentata. La spiegazione “maschilista” di questa diseguaglianza che riguarda l’autorship nelle pubblicazioni di medicina, e scientifiche più in generale, è che le dottoresse penalizzate da gravidanze e da mansioni genitoriali e domestiche più dell’uomo, avrebbero meno tempo e voglia di dedicarsi alla ricerca. In qualche caso questa può essere la spiegazione, ma per Hart e Perlis le discriminazioni rivelano il più delle volte una “distorsione di sistema”, nonostante le donne risultino meno gravate da conflitti di interesse. Gli enti finanziatori e gli editori preferiscono non di rado autori maschi, i revisori scientifici di pari esperienza (responsabili della cosiddetta “peer review”), che accettano rigettano i lavori, sono spesso maschi, la decisione sulla posizione del nome nel titolo è spesso arbitraria. Molto va dunque ancora corretto, anche in altri campi: nel giornalismo no?

Ad ogni inverno si cerca di combattere l’influenza  con il vaccino, che risulta prezioso specie in sottogruppi di popolazione più a rischio (anziani, defedati, malati). In effetti il vaccino anti-influenzale riduce di molto la quota di ospedalizzazione, assenza dal lavoro e decessi. Purtroppo, la protezione non raggiunge il 100 % e la vaccinazione richiede aggiornamenti ogni anno perché il virus influenzale (immaginiamolo questo RNA virus come una sfera rivestita da due involucri, la “emoagglutinina” (H) e la “neuraminidasi” (N) può cambiare annualmente. Si modifica in particolare l’emoagglutinina, glicoproteina che consente al virus influenzale di entrare nelle cellule del corpo umano. L’altra proteina virale di superficie, neuraminidasi,, anch’essa variabile, favorisce invece la diffusione ad altre cellule. Fino ad oggi un vaccino universale di lunga gittata purtroppo è stato solo un auspicio. Un recente comunicato delI’Istituto Nazionale della Salute ci segnala che la partita si sta forse riaprendo: ricercatori dell’Istituto Nazionale di Allergia e Malattie Infettive degli USA hanno infatti avviato uno studio clinico proprio con l’intento di realizzare un vaccino universale. Il nome del nuovo vaccino (ostico per i non addetti) è H1ssF_3928 e contiene solo l’emoagglutinina (immaginabile come lo stelo di uno spillo) che risulta più costante della capocchia nei confronti dei diversi ceppi virali. L’obiettivo è di ottenere una risposta vaccinale valida per i diversi sottotipi del virus influenzale (contrassegnati con le varie sigle HN). I virologi USA pensano di arruolare più di 50 adulti sani di età compresa tra 18 e 70 anni, dividendoli poi in 4 gruppi di età. I primi 5 partecipanti tra 18 e 40 anni ricevono una singola iniezione intramuscolare da 20 ig del vaccino sperimentale, mentre i rimanenti 48 ne ricevono 2 iniezioni da 60 ig, a 16 settimane di intervallo l’una dall’altra. Dopo ogni iniezione i soggetti studiati devono registrare la loro temperatura corporea e qualsiasi sintomo eventualmente affiorante in qualsiasi momento. Essi devono fornire pure campioni di sangue allo scopo di stabilire il livello degli anticorpi anti-influenza. Nel periodo da 12 a 15 mesi i partecipanti, che non dovranno essere esposti ad alcun virus influenzale, si sottoporranno a 9-11 visite per monitorare la situazione clinica. L’obiettivo è quello di capire in quale modo l’età e le precedenti  esposizioni ai diversi sottotipi di virus influenzale abbiano eventualmente modificato le loro risposte immunitarie. Lo studio è appena iniziato (fase 1) ma, se avesse successo, la possibilità di affrontare o meglio di evitare una temuta pandemia influenzale grazie alla realizzazione di questo vaccino universale costituirebbe un grande progresso. Non lo si ricorda spesso, ma le grandi epidemie come la Spagnola sono costate milioni di morti.

Caduta quasi nel dimenticatoio è la “Sindrome de L’Avana” riportata da giornali e TV nel 2016. In quell’anno lo scalpore era nato perché alcuni diplomatici americani residenti a L’Avana avevano lamentato la comparsa di sintomi eterogenei, quali mal di testa, perdita di equilibrio, nausea, diminuzione dell’udito e disturbi cognitivi come perdita di memoria, difficoltà nell’esprimersi e deficit di attenzione. A detta dei diplomatici i disturbi erano accompagnati da suoni fastidiosi, acuti e striduli e il governo americano accusava immediatamente quello cubano di voler di proposito influenzare i propri diplomatici con misteriose armi acustiche (“soniche”) mirate a indurre delle disabilità intellettive. Nonostante esperti internazionali avessero spiegato in quell’occasione che non esistevano armi dotate di questo subdolo potenziale, Trump sostenne l’accusa con conseguente grave crisi diplomatica (ce ne fosse bisogno!). Questo episodio viene opportunamente ricordato e arricchito di nuovi particolari in agosto 2019, tra gli altri, dal neuropsicologo di Edinburgo Sergio Dalla Sala, sulla rivista “Query” del CICAP (Comitato Italiano delle Affermazioni sulle Pseudoscienze). La novità è che nel 2018 ricercatori dell’Università di Pennsylvania hanno pubblicato sul Journal of American Medical Association un articolo (“commissionato” dal governo USA?) che avrebbe confermato il deficit cognitivo in “alcuni” (perché non in tutti?) diplomatici a L’Avana. Lo studio è stato molto criticato con richiesta da più parti di rimozione dell’articolo. Mesi dopo, due biologi sostennero di aver scoperto che i suoni incriminati venivano prodotti da una peculiare specie di grilli cubani particolarmente chiassosi. Sempre su JAMA 2018 i ricercatori della Pennsylvania hanno pubblicato uno studio che confronta neuro-immagini di 40 diplomatici USA in servizio a L’Avana con quelle di 48 diplomatici mai stati a Cuba, da cui emergerebbe che solo i primi hanno una riduzione della sostanza bianca, ma non i diplomatici “non-cubani”. Secondo gli Autori tale danno cerebrale dei diplomatici cubani poteva essere causato da armi “soniche” non letali (tipo quelle siglate come LRAD,  in dotazione di alcune forze antisommossa). Ma lo studio retrospettivo – rileva Dalla Sala – risulta pieno di altre pecche metodologiche, in primis il fatto che in ben 12 dei 40 diplomatici di Cuba si riscontravano esiti di pregresso trauma cranico comportante cure riabilitative cerebrali, del tutto assenti nei diplomatici di controllo. Inoltre, solo alcuni segmenti di sostanza bianca risultavano ridotti mentre altri apparivano più spessi: e allora? Al cittadino ignorante nello specifico, come chi scrive, sconcerta il fatto che per danneggiare il nemico c’è chi punterebbe sui missili atomici e chi ipotizzerebbe l’uso di grilli canterini! “Non esistono verità medie”-diceva Bernanos.

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