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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

Per i tanti che si interessano molto poco di ciò che accade, la TV è un prevalente (unico?) mezzo di (pseudo)informazione. Questa tipologia di utenti è attratta soprattutto da programmi di “intrattenimento”, trasmettitori spesso, con poche eccezioni, di valori futili che spingono non a riflettere ma principalmente a non pensare. Si aggiunga che progressi tecnici (televisori a colori, centinaia di canali, alta definizione, televisori “interattivi” e tastiere multifunzionali) più che favorire buoni programmi (che ci sono ma pochi) e un’informazione corretta nei vari campi, spingono allo “zapping”. “To zap” in inglese significa eliminare, far fuori. È quindi plausibile che zapping voglia alludere al fatto che cambiando velocemente il canale con il pulsante di una tastiera si “elimina” il programma che non soddisfa, seduti comodamente in salotto, senza manco doversi alzare. Questa comodità concorre anch’essa a non spegnere la TV, nella speranza di trovare qualcosa di meglio tra la zavorra ormai ridondante. Solo quando si è del tutto insoddisfatti o insonnoliti, si decide finalmente di  spegnere la TV. Grazie allo zapping (e ci mancavano solo i telefonini multifunzionali!), quanti sono i  pranzi e le cene in famiglia in cui non si conversa più (specie tra genitori e figli, i quali non di rado stanno usando il cellulare mentre si mangia). Il mettersi a tavola, un tempo motivo di incontro e di resoconti quotidiani reciproci, lo si vive in modo anomalo e la TV perennemente accesa e rumorosa aiuta a distrarre i commensali. Schiavi del monitor ci si disabitua sempre più alla lettura. Anche per chi ambirebbe a leggere (esigua minoranza!), il libro acquistato giorni prima con le migliori intenzioni, resta spesso intonso sul comodino, diventando ogni sera oggetto di rimorso: l’alibi fragile e scontato è sempre: “No, stasera sono troppo stanco”. Così la psiche impigrisce inevitabilmente e lo zapping in particolare diventa sempre più dipendenza vera e, al di là delle suddette conseguenze psico-sociali, è concausa di risvolti negativi pure sul  fisico e sulla salute. Sequele immediate, ad esempio, sono sovrappeso provocato dal calo del movimento fisico,e alterata motilità gastrointestinale,ansia. Usare selettivamente la TV va bene, ma non esserne dipendenti. Nel film “Quinto Potere”, (1976) diretto da Sidney Lumet, Peter Finch (nel ruolo di Howard Beale) dice: “La televisione non è la verità! La televisione è un maledetto parco di divertimenti, la televisione è un circo, un carnevale, una troupe viaggiante di acrobati, cantastorie, ballerini, cantanti, giocolieri, fenomeni da baraccone, domatori di leoni e giocatori di calcio! Ammazzare la noia è il nostro solo mestiere”. Ma con la noia si ammazza anche la bellezza del pensare e, anche se questo costa fatica. Non è una gran cosa in un Paese che legge poco ed è agli ultimi posti per interessi culturali.

Anni fa riportavo che la rivista “The scientist” titolava così un articolo: ”Lo spettro della medicina personalizzata”. Il tema risulta valido anche oggi. Da anni si parla dell’importanza di una “cura ad personam” , adattata cioè a quel paziente specifico e diversa dalla cura standard consigliata indiscriminatamente a tutti pazienti con la stessa malattia. “Spettro” è un termine realistico perché da anni se ne parla, ma tale personalizzazione è ancora un fantasma difficilmente avvistabile. Il vecchio adagio “ Non esistono malattie, esistono solo malati”, riflessione cara a Don Gnocchi , vuol sottolineare che la stessa malattia può richiedere cure diverse perché i malati che ne soffrono differiscono per molti altri aspetti (età, genere, patologia concomitante, condizione socioeconomica, attività lavorativa, capacità cognitiva). Queste peculiarità individuali  possono essere poco rilevanti, ma a volte risultano al contrario consistenti e spiegare la differente efficacia dei medicamenti prescritti (e da qui l’opportunità se possibile, di una personalizzazione). La Food and Drug Administration per facilitare le cure “ad personam” raccomandava perciò che i medici analizzino il genotipo dei pazienti ed eventuali relativi marcatori specifici prima di prescrivere i 70 farmaci di uso più comune, sempre con l’obiettivo di adattare la terapia standard “media” allo specifico substrato genetico del singolo paziente. Di fatto, pur convinti che il profilo genetico dei pazienti influenzi significativamente l’efficacia e la sicurezza dei trattamenti, solo il 10% dei medici si dichiara informato su come, dove e quali test eseguire e/o su quali biomarker (correlati col genoma) basarsi per predire specificità, risultati e sicurezza del trattamento. Ne segue che quasi nessuno nella pratica quotidiana fa verifiche dell’efficacia dei test. L’associazione dei medici americani (AMA) riporta infatti al riguardo che meno dell’1% delle terapie in USA viene attuato sulla scorta di test genetici che sono più di 1000.  In concreto, che “ la cura ad personam” sia di notevole importanza teorica è vero, ma è parimenti vero che essa risulta una realtà poco sfruttata (se non parzialmente in oncologia). Esisterebbe pertanto una situazione definita sinteticamente “gap di adozione tra  progressi in laboratorio e  benefici in ambulatorio”. Secondo l’AMA, dunque, i medici sottostimano/trascurano i fattori genetici, dando maggiore importanza ai fattori dietetico-comportamentali, come ad esempio il fumo e la dieta. In definitiva, il grado di informazione di buona parte dei medici su ciò che sono i test genetici e sul loro significato sarebbe  molto modesto e inoltre la promozione (non sinonimo di informazione!) degli stessi,  fatta spesso da laboratori privati molto attenti al business e non tutti affidabili, contribuisce a rallentare il loro uso routinario nella pratica medica.

Ho già ricordato in precedenza come il termine “cellulite” venga usato impropriamente in quanto il suffisso-“ite” suggerisce la natura infiammatoria di questo inestetismo, ciò che non è. Con tale termine si intende solo l’aspetto “a buccia d’arancio” della cute, per il quale vengono proposte numerose cure che interessano più il sesso debole, specie in estate (“prova costume”!). La cellulite (incorro anch’io alla improprietà del termine) è di fatto un accumulo irregolare del grasso sottocutaneo localizzato prevalentemente su cosce, glutei e addome. I rimedi anti-cellulite  pullulano, favoriti da una pubblicità ingannevole sul web e sui media, nonostante le sanzioni previste per questa disinformazione. Numerosi sono infatti i siti dove si sostiene surrettiziamente l’efficacia di cure non escludibile in via teorica, ma in realtà mai supportata da lavori controllati in “doppio cieco” su casistica ampia. In questi, il rimedio candidato, se è un farmaco, si confronta con un placebo, mentre in caso di cura fisica il confronto si attua tra strumento aperto e chiuso. La/il paziente e il medico estetista, o l’esecutore non medico, fino alla fine dello studio sono “ciechi”, ignorano cioè chi riceve il trattamento e chi no. Per le cure riporate in seguito non trovo però traccia di studi controllati basati su revisioni di esperti del settore (“peer review”) che stabiliranno l’attendibilità dei risultati. “Studio” di per sé è infatti un parola vuota, fuorviante, che serve spesso a illudere più che informare. Tra le cure proposte troviamo creme vegetali a base di antiossidanti, sostanze lipolitiche (presunte) o tecniche fisiche ipoteticamente lipo-riduttive quali laserterapia, infrarossi, radiofrequenza, onde d’urto, mesoterapia. Uno dei motivi per cui molte persone ci provano è che anche giornali autorevoli trattano dei rimedi suddetti, glissando però sul fatto che si tratta di inserzioni a pagamento o segnalandolo ma in corpo piccolissimo, ciò che sfugge al lettore che scambia la promozione per articoli scientifici. Non mancano pure suggerimenti dietetico-comportamentali (basso contenuto di sodio, grassi saturi e zuccheri, attività fisica), che possono avere qualche pregio generico ma poco specifico. L’efficacia, insomma, non va esclusa a priori, ma deve essere documentata così come vanno verificate possibili reazioni avverse. È da ricordare al riguardo che già 10 anni fa la Haute Autorité de la Santé francese vietava in particolare la rimozione del grasso ottenuta con una delle terapie estetiche fisiche di cui sopra, considerandola più pericolosa persino della liposuzione chirurgica (23 complicanze gravi, 17 casi di infezioni cutanee, ematomi, setticemie). Ultima chiosa: avendo la cellulite una preponderante base genetica dovrebbe essere chiaro che qualsiasi cura andrebbe prevista a lungo termine e non solo con qualche ciclo saltuario.

Le cellule sono una meraviglia della natura difficili da illustrare ai non addetti. Tuttavia con linguaggio il più semplificato possibile si può tentare di affascinare pure il comune lettore. A prescindere dai globuli rossi anucleati, le cellule dell’organismo contengono un “nucleo” sede del DNA cromosomiale, circondato dal “citoplasma” ricco di organelli dotati di funzioni specifiche, tra cui i “ribosomi”. Questi, ricevono un messaggio inviato dai cromosomi che induce i ribosomi stessi a sintetizzare le diverse proteine che ci permettono di vivere. Tale messaggio nucleo-ribosomi avviene grazie a un veicolo speciale detto “RNA messaggero” (mRNA) che, una volta uscito dal nucleo, non può più rientrarci. Ciò toglie il timore di qualcuno che i vaccini Pfeizer  e Moderna l’RNA possano creare alterazioni genetiche. Il  virus SARS-CoV-2, una volta entrato nelle cellule dell’apparato respiratorio grazie ad una proteina superficiale detta “Spike” (vera  chiave di ingresso), può replicarsi. A differenza dei vaccini attuati con virus vivi o attenuati, quelli anti-COVID-19 a mRNA – stupefacente progresso tecnico! – utilizzano un RNA artificiale ricavato dal gene che codifica (=fa sintetizzare) proprio la proteina Spike. Questo RNA vaccinale è di fatto un’”istruzione” affinchè le cellule della persona vaccinata sintetizzino anticorpi proprio contro le proteine Spike, impedendo così l’ingresso nelle cellule dell’eventuale virus SARS-CoV-2. Con il vaccino, dunque, non si introduce nel soggetto il virus vero e proprio, ma solo l’informazione genetica che serve alla cellula per costruire copie della proteina Spike. Ne consegue che, in caso di infezione da parte del SARS-CoV-2, l’organismo dei vaccinati sarà pronto a reagire avendo già attive le sue difese immunitarie. In pochi giorni l’RNA vaccinale si degrada e non entra nel sangue se non minimamente, a differenza del RNA del virus che si replica massivamente nelle cellule respiratorie (importanza della mascherina!) per poi invadere il sangue. La reazione immunitaria, è espressa non solo dagli anticorpi, ma anche da cellule immunocompetenti (un tipo particolare di linfociti) che conserveranno memoria in caso dell’eventuale “aggressore” (la  Spike del virus). Tale reazione non è sempre in grado di evitare al 100% il contagio, ma è comunque sufficiente a prevenire l’evoluzione grave della malattia e quindi la ospedalizzazione e soprattutto il decesso per COVID. Nei  vaccinati, infatti,  anche se contagiati, la malattia non si sviluppa o è molto lieve e non letale. L’RNA vaccinale viene aggredito e degradato dai “lisosomi”, che sono anch’essi particelle citoplasmatiche vescicolari ricche di enzimi degradanti, oltre che la Spike, sostanze di qualsiasi natura. Per tale motivo qualcuno ha definito i lisosomi l’apparato digerente della cellula. Concetti un po’ difficili. ma scienza davvero straordinaria!

Molti elementi fanno ritenere che la natura dell’uomo sia rimasta sostanzialmente la stessa nei secoli ed è probabile che sia proprio cosi. Al contrario le scoperte scientifiche son diventate sempre più entusiasmanti. Premessa d’obbligo prima di segnalare un articolo sul Bollettino NEGRI NEW185 che riporta una ricerca clamorosa. A riferirla è il  Prof. G. Remuzzi, attuale Direttore dell’Istituto Mario Negri che così esordisce: “Già a settembre un primo lavoro pubblicato sul Nature metteva in luce che dei geni predisponenti alle forme più gravi di COVID derivino dall’Uomo di Neanderthal”. In un secondo articolo, Nature rivelava che dai Neanderthal si è però ereditato anche una sorta di protezione genetica che, se  dovessimo ammalarci, farebbe evitare la terapia intensiva. Scoperta piuttosto difficile da volgarizzare, ma… tentiamoci. I ricercatori H. Zeberg e S. Paabo avevano notato che certe aree nei nostri geni predispongono a sviluppare la forma più severa di COVID. Una di queste aree si trova sul cromosoma 3, che ospita 3 geni combinati tra loro e che risulta molto comune in Bangladesh e nel Sud-Asia, mentre è del tutto assente in Africa. Ciò faceva sospettare che questo complesso genico potesse derivare nientepopodimeno dall’uomo di Neanderthal. Risulterebbe, infatti, che l’Homo Sapiens una volta migrato dall’Africa dove oggi sappiamo che è nato, tra 35 e 85 mila anni fa si è incrociato varie volte con l’uomo di Neanderthal, per poi diffondersi in Persia, in  Europa e persino in Siberia. Questo escluderebbe l’esistenza di un antenato comune vissuto migliaia di anni prima, perché in questo caso il complesso genico del cromosoma 3 l’avrebbero trovato anche in Africa. Come si è detto, il complesso genetico di derivazione neanderthaliana sembra determinante per lo sviluppo delle forme gravi della COVID. Al contrario, aree riguardanti altri cromosomi, e in particolare il cromosoma 12, invece che correlarsi con le forme più severe della COVID sembra proteggere dal decorso grave di COVID (e anche dall’epatite C). Insomma, abbiamo ereditato dal Neanderthal complessi genici sul cromosoma 3 che favoriscono la gravità della COVID ma, contemporaneamente, anche un complesso di geni situato sul cromosoma 12 che riduce la gravità e il rischio di terapia intensiva del 22% (grazie alla degradazione intracellulare più vivace dell’RNA del SARS-Co-V2?). Queste conclusioni strabilianti sono supportate dai dati forniti dal consorzio GenOMICC che include 2.300 pazienti ospedalizzati per COVID severa e 10 mila soggetti sani. A ulteriore avallo di queste ricerche sta il riscontro che in popoli mai venuti a contatto con i Neanderthal, come gli African Yoruba, gruppo etnico di 40 milioni vivente principalmente in Africa occidentale (di cui il 30% in Nigeria), nessuno presenta questi complessi genici ereditati dai Neanderthal. Affascinante  ricerca, Remuzzi!

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