Vai ai contenuti

Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

Archivio

Categoria: Articoli Alto Adige

Dei lettori mi hanno chiesto di spiegare cosa significhi “atopia”, termine spesso mal definito dai e nei media. Atopia deriva dal greco e significa “fuori posto” alludendo alla reazione allergica non usuale alla base della sindrome atopica. Fattori scatenati eterogenei sono alcuni alimenti, pollini, peli, acari della polvere e irritanti fisico/chimici che causano in primis asma bronchiale, dermatite atopica (eczema), febbre da fieno, congiuntivite allergica. Qualcuno ascrive all’atopia anche la esofagite eosinofila. Le sostanze che scatenano la sindrome atopica possono essere inalate, ingerite, inoculate o assunte per semplice contatto con un allergene con cui il soggetto sia già stato sensibilizzato precedentemente. In una minoranza di soggetti l’esposizione all’allergene può provocare una reazione più grave dell’allergia nota come “anafilassi”, espressa da gonfiore della faccia e della gola (angioedema) e dal calo brusco della pressione arteriosa (collasso) con possibile esito fatale. In realtà, molti medici chiamano atopia una qualsiasi reazione allergica, anche non eccessiva, purché mediata dalle “immunoglobuline E” (IgE) che in ogni caso sono responsabili della ipersensibilità immediata tipica appunto sia dell’allergia che dell’anafilassi (gli esperti parlano di sensibilità di tipo 1). Anche lo sviluppo di anafilassi sembra dipendere da una predisposizione genetica mediata da una eccessiva produzione di IgE e il rischio raddoppierebbe se un famigliare di primo grado soffrisse anch’egli di atopia. Circa il ruolo possibile di fattori ambientali qualcuno ha ipotizzato che sia l’eccesso di “pulizia” che circonda i bambini (solo in Occidente, purtroppo!) a causare un calo di stimoli infettivi, i quali invece sarebbero utili per un equilibrato sviluppo del sistema immunitario. È stato pure sospettato (ma non provato) che la dieta della gestante possa influire sul rischio di atopia del neonato (asma, in primis), rischio che risulterebbe minore se la futura mamma avesse seguito “ante partum” una dieta mediterranea. Ancora, da uno studio multicentrico (PARSIFAL) su 6630 bambini di età tra i 5 ed i 13 anni in cinque paesi europei, emergerebbe che l’uso restrittivo di antibiotici ed antifebbrili si associ ad un ridotto rischio di reazioni atopiche. Insomma, la sindrome atopica è una patologia complessa che solleva questioni di diagnosi e pure di terapia che non può comunque essere univoca e definitiva. L’eczema, per fare un esempio, migliora spesso momentaneamente con alcuni antibiotici o dopo lavaggi con soluzioni a base di cloro che ostacolano la colonizzazione batterica della cute, specie ad opera dello Stafilococco aureo. Altri farmaci in uso sono i cortisonici (orali o sistemici) e gli immunosoppressori per uso topico, cure comunque non prive di rischio da praticare a breve termine e sotto controllo di uno specialista.

Poco trattate dai media sono le illusioni che affiorano quando “cure” anticancro, presentate come “nuove”, vengono successivamente ritenute obsolete per il sopraggiungere di ulteriori informazioni. Questi “ripensamenti” in medicina (“medical reserval”, per gli inglesi), tutt’altro che rari, sono prevedibili e opportuni nella medicina scientifica che ha l’obbligo di aggiornarsi di continuo, ma allora l’attenzione al linguaggio deve essere molto attenta per informare senza illudere, evento che non di rado invece accade quando la parola “cura” riguarda pazienti con tumore maligno. Il Dr. Vinay Prasad del “Cancernetwork” osserva come molti lavori concernenti le cure anticancro, proprio a causa del linguaggio usato, hanno contribuito, a favorire un ottimismo circa queste terapie che molto spesso è ingiustificato. In effetti, la letteratura specialistica e i media usano il termine “cura” anche quando tradisce la realtà dei fatti, forse per attrarre l’attenzione sia dei colleghi che dei non addetti ai lavori. Un maggiore rispetto del significato delle parole, ossia una definizione più rigorosa di cosa significhi “cura”, aiuterebbe invece a ridurre l’ambiguità del significato di questo termine, a vantaggio degli stessi professionisti sanitari (migliorando la comunicazione tra di essi) e consentirebbe ai malati e ai loro familiari di farsi un’idea più realistica dell’efficacia delle terapie, della prognosi e della sopravvivenza attesa. Il Dr. Prasad, grazie ad un’ inchiesta tra oncologi clinici, ha mostrato di fatto che l’80% di essi è esitante a usare la parola “cura” ma che ciononostante quattro medici su dieci lo fanno. Solo Il 20%, dunque, per questo oncologo, non userebbe mai questa parola sostenendo che, quando si tratta di pazienti con cancro, “cura” meriterebbe senz’altro di figurare “tra i sette termini tabù che non dovrebbero mai essere usati in medicina”. Altri sostengono tuttavia, che “una parola così carica di speranza possa in ogni modo avere un’influenza positiva sull’esperienza di malattia e sull’auspicata guarigione del malato”. Andando a rileggersi gli articoli di oncologia pubblicati qualche anno fa, nei quali il termine “cura” spiccava nel titolo, Prasad notava che esso poteva proporsi opportunamente solo limitatamente a sottogruppi di pazienti sopravvissuti a lungo e rilevava pure che in realtà quasi il 50% delle pubblicazioni (14 di 29) ricorreva a questa parola per situazioni al momento considerate incurabili. Un altro 30% utilizzava la parola “cura” riferendosi di fatto soltanto alla sopravvivenza di alcuni sottogruppi di pazienti con cancro raffrontata a quella di controlli sani. In definitiva, verificando in letteratura l’esistenza di casi di guarigione “vera”, Prasad ha trovato una realtà ben diversa da quella affiorante dal titolo di molti lavori clinici. “Le parole sono pietre” –diceva Carlo Levi–, in tutt’altro contesto.

Una ricerca pubblicata sulla rivista “Science Advances” dimostra chiaramente che esiste la possibilità di esser esposti al fumo, e ai relativi suoi rischi, anche quando si vive in ambienti in cui è vietato fumare. Questo è chiamato “fumo di terza mano”. Fumo “di prima mano” è quello attivo di chi si accende e fuma una sigaretta esponendo sé stesso al rischio, mentre quello “di seconda mano”, noto anche come fumo passivo, è quello che si subisce quando si è in presenza di persone che stanno fumando in quel momento. Fumatori di terza mano sono i soggetti esposti a diverse sostanze tossiche rilasciate dalle sigarette accese che non si sono aspirate, ma che si sono accumulate sulla cute, sugli indumenti e sulle più varie superfici, costituendo ciononostante pur esse un rischio soprattutto per i bambini e, secondo ricerche portate avanti in USA e Germania, non si tratta di preoccupazioni teoriche eccessive. Ricercatori di quei Paesi, rispettivamente della Yale University e del Max Planck Institute, hanno analizzato la composizione dell’aria nei cinema dove da circa 15 anni è vietato fumare, per accertare la presenza di composti organici volatili, spesso indicati con la sigla inglese di VOC (che significa appunto “volatile organic compounds”), collegati con la combustione del tabacco. Poiché è vietato fumare in sala, i composti volatili eventualmente presenti, avrebbero dimostrato il loro trasporto dall’esterno nell’ambiente chiuso. Utilizzando una tecnica nota come spettrometria di massa ad alta risoluzione, si è potuto confermare che l’emissione dei composti volatili coincideva con il momento dell’arrivo in sala degli spettatori del turno successivo, concentrazione che aumentava nel tempo anche se si bloccava il ricircolo dell’aria al fine di impedire l’ingresso di ulteriori agenti volatili dall’esterno. I ricercatori erano in grado di stimare che gli spettatori seduti al cinema venivano esposti all’equivalente del fumo passivo prodotto da 1 a 10 sigarette. Naturalmente, in sale piccole (per esempio cinema di paese, cineclub, circoli privati) non dotati di ventilazione adeguata, l’esposizione ossia il fumo di terza mano dovuto al trasporto all’interno di sostanze da parte di fumatori esterni, risulterebbe ancor più consistente. Sarebbe stato interessante a questo punto fare dei confronti di emissioni di composti organici volatili in ambenti diversi comparabili con i cinema, dotati dello stesso grado di ventilazione e ciò è stato fatto: in una casa di 140 metri cubi la concentrazione dei composti organici volatili potrebbe aumentare di 40 volte, e non è poco, rispetto a quella di case dove non è entrato alcun fumatore. Questo vale naturalmente anche per tutti gli ambienti dove vige il “no smoking”, quali mezzi di trasporto (autobus, metrò, treni) e ristoranti. Ma – domanda superflua – cosa si aspetta a smettere di fumare?

Gli articoli/interventi relativi al COVID-19 degli esperti sono tanti e tantissimi sono quelli dei non-esperti. Chi scrive, poco preparato nello specifico, volutamente non è mai intervenuto proprio per non aggiungersi a questi ultimi. Salvo 3 eccezioni: la prima, unicamente per spiegare i vari tipi di mascherina e la seconda, di ordine metodologico, al fine di rimarcare l’importanza (dimenticata dai media!) della “sensibilità” e della “specificità” dei tamponi, termini considerati spesso erroneamente sinonimi dai non addetti. La terza, di interesse pratico, sul come fare la spesa con prudenza. Eccezionalmente intervengo con questo articolo affinché l’essenziale di un’intervista molto chiarificatrice su un quotidiano nazionale del Prof. Giuseppe Remuzzi, immunologo, genetista e attuale Direttore dell’Istituto Mario Negri, raggiunga più lettori possibile. Intanto sui tamponi: con essi si ricava pochissimo materiale dal naso e dalla gola del soggetto, su cui poi cercare frammenti del genoma del COVID-19 (un RNA virus) usando la tecnica della “reazione a catena della polimerasi” (PCR, sigla identica a quella della Proteina C-reattiva, che è tutt’altra cosa), la quale consente l’amplificazione di frammenti. L’amplificazione è necessaria perché il contenuto sarebbe troppo scarso in buona parte dei prelievi. Quanto più alto è il contenuto virale nel tampone, tanto meno si dovrà amplificare. Ad esempio, il Negri ha riscontrato 40 tamponi positivi in 123 ricercatori dell’Istituto e in 298 dipendenti della Brembo (leader mondiale della tecnologia degli impianti frenanti a disco). La positività in questi tamponi si otteneva solo con cicli di amplificazione molto elevati, corrispondenti a 35-38 mila copie di RNA virale. Una positività grazie ad un amplificazione così elevata è segno che la carica virale è molto bassa, per cui – per Remuzzi – i 40 soggetti studiati dal Negri devono ritenersi positivi ma non contagiosi. È bene sottolineare pertanto che oggi il numero dei “nuovi casi” positivi potrebbe riguardare persone che hanno nel tampone così poco RNA da non riuscire ad infettare le cellule. Nell’intervista Remuzzi insiste dunque che “sotto le 100 mila copie di RNA non c’è sostanziale rischio di contagio“, ossia il virus non riesce ad infettare le cellule. Al contrario, nei soggetti a marzo e inizio aprile con tampone positivo esprimente alta carica virale, “le cellule invece morivano in poche ore”. A sostegno della sua opinione il Professore cita, tra altri, lo studio coreano del Center for Disease Prevention su 285 persone asintomatiche positive: in 790 loro contatti diretti non si è registrato alcun nuovo positivo. In conclusione dire “tampone positivo” non basta, e bisognerebbe quantificare la positività. Se questa è inferiore alle 100 mila copie – secondo Remuzzi e altri – il soggetto positivo non è contagioso e “non ha senso stare a casa, isolare, così come non è troppo utile fare dei tracciamenti che andavano bene all’inizio dell’epidemia”. Per quanto attiene ai 216 nuovi casi registrati in Lombardia su 333 in tutta Italia, vale lo stesso discorso: se fossero analoghi a quelli studiati dal Negri con positività inferiore a 100 mila, anch’essi non potrebbero contagiare gli altri. Per stabilire la contagiosità dei nuovi positivi sarebbe dunque necessario –questo è l’auspicio del Professore – appurare “quanto” virus contengono i tamponi.

I conservanti hanno un ampio ruolo dell’alimentazione, almeno in Occidente. Qualcuno – come riportava tempo fa la rivista Query − si è chiesto se l’assunzione continuativa di cibi ricchi di tali sostanze non possa influenzare la decomposizione del corpo dopo la morte. Alcuni, anzi, già sostengono che a causa dei conservanti i cadaveri si decompongano oggi molto più lentamente. Questi additivi sono dotati di effetti antiossidanti e antibatterici, utili a ritardare il deterioramento degli alimenti, senza peraltro alterarne gusto, odore, colore. Il tipo di conservazione varia a seconda dell’alimento considerato. Nei formaggi, nel pane o nella frutta, il conservante serve a prevenire lo sviluppo di muffe e utili a tal scopo risultano composti come l’acido ascorbico, il propionato di sodio o il propionato di calcio. Un esempio: grazie all’effetto antiossidante la polpa di una mela non imbrunisce rapidamente dopo essere stata tagliata. Negli insaccati e in carni lavorate vengono invece solitamente utilizzati nitrito di potassio e di sodio e nitrato di potassio, soprattutto al fine di evitare lo sviluppo delle spore del “Clostridium Botulinum”, potenziale produttore di una neurotossina potenzialmente letale. È ben noto peraltro che la conservazione dei cibi la si può ottenere anche con mezzi non chimici, quali le basse temperature (frigoriferi e freezer), la bollitura e l’impiego del sottovuoto. Tornando alla questione di partenza, va ricordato che il rigor mortis inizia poco dopo il decesso e i muscoli restano rigidi per più di un giorno. In assenza di ossigeno (non più veicolato dal sangue) gli organi più ricchi di enzimi, pancreas in primis, subiscono una rapida (auto)digestione e i batteri (di cui è ricchissimo soprattutto il colon) cominciano a diffondersi contribuendo alla distruzione tessutale con formazione di gas. A 10 giorni dalla morte la cute si fa nerastra, i muscoli si sciolgono e dopo 20 giorni il corpo si dissecca e, se esposto all’aria, rimane solo lo scheletro. Il quesito era se la disgregazione progressiva post-mortem del corpo umano, possa essere influenzata, oltre che da una serie di fattori quali umidità, presenza di ossigeno e temperatura ambientali, pure dai conservanti assunti dal soggetto nel corso degli anni. La risposta è un deciso “no” anche alla luce dell’esperienza raccolta nelle “Body Farms”, che sono aree negli Stati Uniti (controllate dall’FBI), in cui sono lasciati all’aperto dei cadaveri destinati all’osservazione scientifica. Non c’è dunque evidenza che i conservanti assunti intra vitam comportino un ritardo significativo dei normali eventi post mortem. Possibile spiegazione è che i conservanti non si accumulano progressivamente nel tempo e che siano comunque efficaci solo quando devono frenare il deterioramento di materiali piccoli come gli alimenti, ma non di un substrato assai più grande come il corpo umano.

Facebook Like Button for Dummies