I conservanti hanno un ampio ruolo dell’alimentazione, almeno in Occidente. Qualcuno – come riportava tempo fa la rivista Query − si è chiesto se l’assunzione continuativa di cibi ricchi di tali sostanze non possa influenzare la decomposizione del corpo dopo la morte. Alcuni, anzi, già sostengono che a causa dei conservanti i cadaveri si decompongano oggi molto più lentamente. Questi additivi sono dotati di effetti antiossidanti e antibatterici, utili a ritardare il deterioramento degli alimenti, senza peraltro alterarne gusto, odore, colore. Il tipo di conservazione varia a seconda dell’alimento considerato. Nei formaggi, nel pane o nella frutta, il conservante serve a prevenire lo sviluppo di muffe e utili a tal scopo risultano composti come l’acido ascorbico, il propionato di sodio o il propionato di calcio. Un esempio: grazie all’effetto antiossidante la polpa di una mela non imbrunisce rapidamente dopo essere stata tagliata. Negli insaccati e in carni lavorate vengono invece solitamente utilizzati nitrito di potassio e di sodio e nitrato di potassio, soprattutto al fine di evitare lo sviluppo delle spore del “Clostridium Botulinum”, potenziale produttore di una neurotossina potenzialmente letale. È ben noto peraltro che la conservazione dei cibi la si può ottenere anche con mezzi non chimici, quali le basse temperature (frigoriferi e freezer), la bollitura e l’impiego del sottovuoto. Tornando alla questione di partenza, va ricordato che il rigor mortis inizia poco dopo il decesso e i muscoli restano rigidi per più di un giorno. In assenza di ossigeno (non più veicolato dal sangue) gli organi più ricchi di enzimi, pancreas in primis, subiscono una rapida (auto)digestione e i batteri (di cui è ricchissimo soprattutto il colon) cominciano a diffondersi contribuendo alla distruzione tessutale con formazione di gas. A 10 giorni dalla morte la cute si fa nerastra, i muscoli si sciolgono e dopo 20 giorni il corpo si dissecca e, se esposto all’aria, rimane solo lo scheletro. Il quesito era se la disgregazione progressiva post-mortem del corpo umano, possa essere influenzata, oltre che da una serie di fattori quali umidità, presenza di ossigeno e temperatura ambientali, pure dai conservanti assunti dal soggetto nel corso degli anni. La risposta è un deciso “no” anche alla luce dell’esperienza raccolta nelle “Body Farms”, che sono aree negli Stati Uniti (controllate dall’FBI), in cui sono lasciati all’aperto dei cadaveri destinati all’osservazione scientifica. Non c’è dunque evidenza che i conservanti assunti intra vitam comportino un ritardo significativo dei normali eventi post mortem. Possibile spiegazione è che i conservanti non si accumulano progressivamente nel tempo e che siano comunque efficaci solo quando devono frenare il deterioramento di materiali piccoli come gli alimenti, ma non di un substrato assai più grande come il corpo umano.