L’ OMS definisce la salute come uno “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”. E’ una definizione consapevole che nell’uomo psiche e soma giocano ciascuno una parte essenziale. Se è corretta l’equazione “mens sana in corpore sano”, si può pure ritenere il contrario e cioè che il corpo funziona bene solo se è sana la mens. E’ allora evidente come sia impossibile che un carcerato, privato del benessere psichico, si senta in buona salute. Evitando un facile buonismo, penso personalmente che la carcerazione motivata e la certezza della pena rimangono un punto fermo ma, in uno stato di diritto, credo pure che ai malati in carcere debba essere garantita la salute fisica e quindi, quando necessario, un iter diagnostico e cure adeguate, cosa che spesso non avviene per difficoltà oggettive. Insomma, il carcerato è giusto che paghi per i reati commessi, ma la prigione non deve togliergli la possibilità di venire curato come si deve. Ricordiamoci che la detenzione deve essere sì un castigo, ma anche  consentire, scontata la pena, un reinserimento sociale. Se però il carcerato vive in condizioni di perenne emergenza, e se l’assistenza medica è precaria quando ne ha bisogno, trarrà inevitabilmente l’impressione che la società che lui ha offeso delinquendo, si comporta anch’essa in modo illecito privandolo persino del diritto di cura,  e difficilmente crederà nell’aiuto della stessa società quando esce. La realtà è molto difficile in quasi tutti i 206 istituti penitenziari predisposti per non più di 43.000 detenuti e che ne ospitano invece quasi 70.000, con conseguenti mancanza di spazio, di intimità e di igiene, e prevaricazioni di ogni genere nelle celle. Questo concorre anche all’alto numero di suicidi che nel 2009 sono stati più di 70 (46 del 2008). D’altra parte gli agenti nelle carceri sono meno di 40.000 e la pianta organica è fissa. Medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali sono anch’essi in numero insufficiente. Bene dunque al Piano Carceri varato dal Consiglio dei Ministri che prevede nuove prigioni o padiglioni, 2000 nuovi agenti penitenziari ma, come medico, non riesco a trovare dati circa l’aumento del personale sanitario e il miglioramento complessivo dell’assistenza  medica dei reclusi. Mi piacerebbe tanto, anche in questo ambito, che i politici di qualsiasi colore usassero di più il passato prossimo (“abbiamo fatto”) che l’immancabile futuro (“faremo”) o il “continuous tense” degli inglesi (“stiamo per fare”). Siamo un Paese sempre in recupero di cose mai fatte, capace al massimo di guardare all’oggi e mai al domani. Del dopodomani neanche parlarne. Il Procuratore della Repubblica Guido Rispoli, lette queste considerazioni, ha …autorizzato il “si stampi”.