La coagulazione del sangue all’interno di  vasi sanguigni e cavità cardiache (trombosi) aumenta il rischio di embolia polmonare, ictus e di infarto miocardico. Per prevenire questi eventi si ricorre pertanto alla terapia anticoagulante orale (TAO) con il coumadin (o altri dicumarolici) che inibiscono l’azione della vitamina K, vitamina essenziale per la conversione nel fegato della protrombina in trombina (uno dei fattori di coagulazione). L’effetto della TAO è variabile tra soggetti diversi e pure nello stesso soggetto, ciò che comporta un frequente aggiustamento di dose in base all’ International Normalized Ratio o INR (rapporto tra il tempo di protrombina del paziente e la media registrata in controlli). L’INR normale è tra 0,9 e 1,3 mentre quello nei trattati con TAO varia: nella fibrillazione atriale e nella trombosi venosa  profonda,  ad es., l’INR desiderabile è tra 2 e 3, nei portatori di protesi valvolare tra 4 e 5). La efficacia della TAO è ben dimostrata specie nella fibrillazione atriale (rischio diminuito del 50% o più) ma, proprio per questo, la rivista CARE si sofferma sull’importanza di una assunzione controllata e continuativa (in medichese buona “compliance”) del coumadin.  Inoltre, per ottimizzare la dose nella fibrillazione atriale (senza protesi valvolare) si può far ricorso a un punteggio (noto come CHADS2) che serve a stratificare la gravità del rischio da 0 a 6 (coesistenza di scompenso congestizio, ipertensione arteriosa, età over 75, diabete, pregresso ictus). Ciononostante, CARE riporta che quasi il 50% dei pazienti in terapia con coumadin non riceve una TAO adeguata. I motivi per lo più dipendono dal paziente (paura di sanguinamenti, difficoltà di controlli periodici dell’INR, sfiducia per INR troppo oscillante), ma talora anche da mancata prescrizione. Secondo gli epidemiologi di San Francisco e Boston anche il 25% dei pazienti che inizialmente hanno accettato la TAO, ne sospende l’assunzione entro un anno, e ciò a prescindere dalla modesta frequenza di trascurabili eventi emorragici. Sospensione molto criticabile perché, come ha ironizzato qualcuno, “i farmaci non agiscono se non vengono assunti”. Oltre che essere continuativa la TAO richiede orari costanti di assunzione (meglio a digiuno), mentre la dieta, nonostante timori acriticamente enfatizzati, ha scarsa influenza. Infatti, solo eccessi quotidiani (del tutto improbabili) di prezzemolo, lattuga, cavolo, e altri ortaggi comportano controlli ravvicinati dell’INR e ritocchi di dose, modifiche che sono invece opportune nel soggetto politrattato per il possibile rischio d’interazione tra farmaci, rischio che ancor più esiste nel paziente che assume preparati erboristici frequentemente e imprudentemente non segnalati al medico.