Le scelte editoriali di Pensiero Scientifico (Roma) sono da sempre di grande impegno culturale ed etico. Uno degli ultimi volumi editi è “Il tempo di morire” di G. Bono, sottotitolato “Manuale degli ultimi giorni per il medico di famiglia” (16 €). Bono, che è un proboviro della Scuola Piemontese dei Medici di Medicina Generale, dedica infatti il libro ai medici di famiglia, perché accompagnino con la sensibilità dovuta gli ultimi giorni dei loro pazienti. Non è scontato che questa assistenza avvenga “d’ufficio” e ciò non solo a causa di un rapporto medico/paziente talora insoddisfacente. Secondo Bono per rendere la fase terminale meno contrassegnata dal dolore e più ricca invece di conforto (anche per la famiglia)  bisogna imparare ad esserne capaci, perché il diploma di laurea non basta. Il prof. S. Spinsanti, che ha insegnato bioetica in varie Università, nel recensire il volume afferma: “Perché l’accompagnamento [a morire, NdA] si realizzi, è necessario che il medico sia formato. Altrimenti la tentazione di sottrarsi al compito è forte”. E ancora “non dovrebbe essere legittima l’affermazione sconsolata <non c’è più niente da fare>, perché  proprio quando non si può far nulla per scongiurare la morte, c’è invece molto da fare!” Del resto é su questi concetti che si basano le benemerite cure palliative. Tuttavia Bono, pur riconoscendo il valore ideale e il prezioso contributo dei medici istituzionalmente preposti alla gestione delle cure palliative, amplia il concetto non considerando queste ultime una specialità a sé stante di persone preposte ad hoc, ma una modalità trasversale cui devono concorrere tutti i protagonisti sanitari. In altre parole -dice ancora Spinsanti- “ad avere un ruolo é chiunque abbia con il paziente un rapporto stabile, che meriti il nome di <alleanza terapeutica>. E quindi interpella il medico di famiglia in primo luogo”. Insomma, frasi come “chiamate il prete” o “andate dal palliativista” non dovrebbero essere un magari inconscio scaricabarile. Ogni decisione sul da farsi per chi è arrivato alla fine dovrà tener in gran conto la storia, la sofferenza, la vigilanza ed il contesto familiare (o la solitudine!) del malato che si sta spegnendo. E’ allora evidente per Bono che nessuno può gestire questi aspetti meglio del medico di famiglia. La succitata scuola Piemontese organizza ad hoc dei corsi formativi dove il dottore impara ad affrontare “il tempo di morire” dei propri pazienti, sfruttando al meglio ogni possibile misura palliativa. Ideali nobili, ma c’è pragmaticamente da chiedersi se essi siano realizzabili grazie soltanto ad un ulteriore impegno dei medici di medicina generale non di rado già pressati dalla burocrazia e sotto organico, senza consistenti supporti istituzionali e politici