L’ideale sarebbe una buona sanità che costasse il meno possibile. Purtroppo, l’esperienza ci dice che le risorse sono in calo e che gli sprechi non mancano, come testimoniano i costi diversi per lo stesso esame o le differenti giornate di degenza per la stessa patologia in regioni diverse. E’ un idealista chi ritiene che la voce “spesa” sia irrilevante nelle scelte mediche (“tutto a tutti”), ma erra pure il pragmatico che ritiene che il paziente possa essere dimesso prima del tempo necessario solo per risparmio sociale. Quanto al ricovero, questo non deve essere ovviamente inteso, come non di rado avviene o avveniva, come un “parcheggio” del paziente a costo (individuale) zero, ma sarebbe altrettanto inaccettabile svuotare i posti letto a prescindere dalle necessità del ricoverato. La questione delle dimissioni premature/precoci è intricata e si assiste al ricorso sempre più frequente dei medici alle Linee Guida, usate come riferimento difensivo in corso di eventuali contenziosi. Emblematico il caso di un paziente di Busto Arsizio dimesso 9 giorni dopo un intervento di angioplastica coronarica e morto appena arrivato a casa. Il medico che, considerandolo “asintomatico e stabilizzato”, lo aveva dimesso è stato condannato in primo grado, ma poi assolto in appello perché non può considerarsi reato l’aver seguito le linee guida relative alla specifica patologia. La Cassazione (sentenza 5284) ha tuttavia raccolto il ricorso della Procura e dei familiari contro questa assoluzione, sostenendo sostanzialmente che le Linee Guida non sempre sono scientificamente documentate, che l’autorevolezza di chi le propone non sempre è verificabile e che esse possono servire a garantire un risparmio a chi amministra gli ospedali, ciò che è paventato in particolare dal Tribunale per i diritti del malato. In realtà, come sottolinea il presidente della federazione delle ASL, le Linee Guida non sono fatte da medici poco esperti, ma da specialisti di rango e l’elaborato finale è formulato da Società scientifiche di caratura internazionale dove le aziende ospedaliere non hanno ruolo alcuno e tanto meno decisiva influenza. Inoltre, le Linee Guida sono “suggerimenti di massima” e non impediscono che la decisione venga presa in base alle esigenze cliniche del singolo paziente. Una policy corretta richiederebbe un continuo, dinamico e leale rapporto tra gestori della salute, Ordine e medici, rapporto che di fatto in Provincia non c’è. I medici si sentono spesso strumentalizzati e, soprattutto, vedono disatteso il potenziamento dell’assistenza sul territorio, tanto più essenziale quanto più diminuiscono organici e posti letto. Ma, stando alle le polemiche di questi giorni sembra che comincino a farsi sentire in modo più deciso.