La sindrome del colon irritabile (SCI), molto diffusa tra la popolazione, risulta influenzare più o meno pesantemente la qualità di vita. Il quadro clinico è tipicamente “ad alti e bassi”, caratterizzato da dolore/gonfiore addominale, stitichezza o diarrea o alternanza delle due. L’efficacia delle terapie (di natura essenzialmente placebica) è insoddisfacente e non è dunque un caso se le medicine alternative trovano nella SCI un ambito privilegiato. Nessuna cura, inoltre, risulta di efficacia duratura. Questo problematico controllo della SCI è dovuto, oltre che alle varianti cliniche (che richiedono ovviamente cure diverse), al poco chiaro meccanismo fisiopatologico. Evidente quindi l’interesse di 2 recenti studi controllati (siglati TARGET 1 e 2) su 1260 pazienti con SCI non stitici, nei quali si è confrontata l’efficacia della rifaximina, antibiotico poco assorbile, con quella del placebo. Il trattamento durava 2 settimane con successivo monitoraggio dei pazienti per 2 mesi. Parametri d’efficacia erano la scomparsa dei disturbi e, in particolare, la scomparsa del gonfiore. I sintomi risultavano ridotti nel 41% dei pazienti in rifaximina contro il 32% dei placebo-trattati. Analoga differenza statisticamente significativa circa il gonfiore (40% versus 30%), con risultati sovrapponibili fino a 2 mesi. Questi sono i primi studi a dimostrare che l’efficacia di una terapia a breve termine può perdurare per 8 settimane anche sul gonfiore che per il medico è uno dei sintomi più difficile da correggere. Altro “plus” è che i due studi danno risultati sovrapponibili, a riprova di una riproducibilità dell’effetto terapeutico. Tuttavia, TARGET 1 e 2 mostrano pure che a rispondere alle cure (e non certo clamorosamente) è meno del 50% dei trattati sia al placebo che alla rifaximina, ciò che suggerisce un beneficio terapeutico solo in una parte di pazienti, per altro non identificabile a priori. Infine, la SCI, è una condizione cronica e manca al momento ogni prova della possibile efficacia di cicli di rifaximina attuati a intermittenza per anni. E’ ipotizzabile che l’antibiotico serva soprattutto al sottogruppo di pazienti con SCI non stitici, nei quali si associ anche un’ipercrescita batterica nell’intestino tenue. Tuttavia, quest’ultima dovrebbe essere dimostrata mediante coltura (non routinaria!) dell’aspirato intestinale e non con l’abituale test del respiro. In conclusione, è plausibile che la rifaximina possa al momento essere tentata empiricamente solo in singoli pazienti con SCI senza stitichezza che risultino refrattari ad altra terapia. Questa prudenza interpretativa sottolinea una volta di più la sostanziale differenza tra la medicina che vuole capire e quella alternativa così refrattaria ad ogni controllo oggettivo.