La vicenda drammatica riportata ieri da questo quotidiano relativa alla signora Christel mi spinge istintivamente a qualche riflessione. Considerazioni di carattere generale, perché non ho mai visto di buon occhio chi interviene su di un argomento senza ben sapere come stanno i fatti e, al riguardo, io so solo quanto riporta sommariamente il giornale. Pregiudizialmente, mi sento anzitutto di esprimere sia come  persona che come medico alla paziente e a chi le vuol bene la massima vicinanza. In secondo luogo, non entro nel merito di eventuali errori e ciò non per una difesa di tipo corporativo che non mi è mai piaciuta, ma perché ignoro come dicevo troppi particolari. Un primo commento che mi sembra tuttavia doveroso è che nessun farmaco, nessuna operazione chirurgica e nessuna procedura diagnostica invasiva sono prive di rischi. Rischi che devono però essere segnalati ampiamente al paziente e per i quali egli deve dare un consenso consapevole. Questi rischi non includono l’eventuale  (e colpevole!) imperizia o la disattenta noncuranza di chi ha in cura il malato. Quindi, in presenza di un danno al paziente, specie se grave, la prime cose da definire è se egli è stato adeguatamente informato e se ciò che è andato storto rientra nel rischio calcolato o invece non sia  dovuto unicamente alla responsabilità del medico o dei medici, in caso di terapie multidisciplinari. L’esperienza internazionale ci dice purtroppo che mentre gli effetti collaterali più comuni sono in qualche misura prevedibili e approssimativamente quantificabili in base alla situazione clinica generale del soggetto (in primis la sua efficienza cardiocircolatoria e l’eventuale co-morbilità), quelli rari o rarissimi, strettamente correlati con la genetica e la reattività immunitaria del soggetto sono imprevedibili. Questi rilievi non suggeriscono un interpretazione né assolutoria né accusatoria nei confronti dei medici che hanno avuto in cura la signora Christel, la cui straziante vicenda  sarà valutata da altri sulla scorta di dettagli oggettivi che io non possiedo. Tuttavia, dall’articolo posso solo rilevare  che l’intervento di quadrantectomia al seno destro ha avuto buon esito e il conseguente ematoma, sempre a destra, è un evento riportato in letteratura in circa il 5% dei casi, per il quale è previsto un riassorbimento spontaneo e nessun trattamento specifico. Altre complicanze acute non vengono segnalate dal giornale, mentre sembra invece di capire che all’origine della setticemia (affiorata dopo settimane o mesi?) sia stata una trombosi venosa che ha colpito il braccio controlaterale, cioè quello di sinistra, trombosi che non può evidentemente correlarsi con l’intervento attuato al seno destro. E’ il sovrapporsi di un’infezione in sede di trombosi che ha determinato dunque il passaggio in circolo di batteri cui appunto la setticemia è dovuta, con emboli micotici che hanno riguardato specialmente le estremità, comportandone l’amputazione. Un cenno, infine, alla chemioterapia, che in pazienti sottoposti a quadrantectomia, la cui prognosi è enormemente migliorata negli ultimi decenni, è spesso praticata per consolidare e rendere definitivi i risultati della chirurgia. Pure dei benefici e dei rischi anche di questa terapia, la paziente ha il diritto di essere pienamente informata e i medici hanno il dovere di essere molto chiari. La maggior parte delle pazienti non va incontro a gravi e rari effetti collaterali. Così sembra non essere avvenuto purtroppo per la signora Christel, il cui calvario che ci addolora nel profondo deve ritenersi a mio avviso assolutamente eccezionale. Queste argomentazioni, meglio ribadirlo, non mirano naturalmente scagionare nessuno, e se responsabilità professionali saranno accertate, è giusto che qualcuno ne affronti le conseguenze.