Del cosiddetto “testamento biologico” questione sollevata da vicende drammatiche ben note (L. Coscioni, PG Welby, G. Nuvoli, E. Englaro e P. Ravasin) ho trattato più volte su questo giornale. Come medico ho posto in particolare la questione se l’alimentazione artificiale si deve considerare “naturale” e quindi per qualcuno obbligatoria per legge, o per altri “atto terapeutico”, e come tale accettabile o ricusabile dal paziente a seconda delle sue convinzioni religiose. A ritornare sull’l’argomento mi costringe oggi sia la legge sul fine vita approvata pochi giorni fa alla camera, sia l’articolo dell’On. Brugger che venerdì scorso ha affrontato lo stesso tema sotto il profilo strettamente giuridico. Prescindendo da aspetti legali, io vorrei invece ricordare che per l’approvazione di questa legge un ruolo fondamentale è stato quello della Chiesa, la cui posizione è del tutto legittima e accettabile da chi la ritiene sacrosanta, ma anche del tutto inaccettabile dai non credenti e anche dai molti cattolici colpiti dall’assenza di pietas e charitas dimostrata dalle gerarchie nei confronti dei “disobbedienti” che sul come morire hanno deciso in proprio. Stride infatti che i funerali religiosi negati a Welby e ad altri come lui siano stati invece concessi a Pinochet o a mafiosi sicuramente pluriomicidi. “A loro sì, ma non a mio marito”- ha dichiarato a suo tempo Mina, la moglie credente di Welby. Ma la cosa che rende ulteriormente perplessi coloro che, come chi scrive, credono nei grandi valori del cristianesimo è la intransigenza della Chiesa così variabile a seconda dell’area geografica. Ad esempio, nella ultracattolica Spagna i vescovi hanno distribuito già nel 1986 un modello di testamento biologico nel quale si condanna l’eutanasia (che per altro è tutt’altra cosa), ma in cui si auspica pure che il paziente “non si mantenga in vita a mezzo di trattamenti sproporzionati” e che “non si prolunghi abusivamente il suo processo di morte”. Analogamente, nel gennaio 2009, in molti episcopati germanici veniva distribuito un modulo di testamento firmato congiuntamente dal cardinale cattolico Karl Lehmann, capo della Conferenza Episcopale Tedesca e dal protestante Manfred Kock, presidente delle Chiese Evangeliche. Alcuni stralci delle volontà testamentali, meritano di essere riportati alla lettera: “Non debbono essere intraprese nei miei confronti misure di prolungamento della vita, se è attestato che ogni misura è senza prevedibile miglioramento e dilazionerebbe solo la mia morte…. Trattamenti medici, così come un’assistenza premurosa debbono in questi casi essere indirizzati a ridurre i dolori, l’agitazione, la paura, l’affanno, la nausea, anche quando non si possa escludere che il necessario trattamento antidolorifico possa abbreviare la vita. Io vorrei poter morire con dignità e pace, per quanto possibile vicino e in contatto con i miei parenti, le persone care e nell’ambiente che mi è familiare”. Questo rispetto compassionevole di taluni uomini di Chiesa per chi soffre in attesa di morire mi convince di più dell’ intransigenza impietosa di coloro che hanno dato dell’assassino al papà della Englaro o hanno rifiutato il rito religioso a Welby. Io non ho competenza per dire se la legge impositiva votata alla Camera sia un “mostro giuridico”, come l’ha definita Brugger, ma rilevo che si tratta di una normativa crudele per chi, ritenendosi proprietario della propria vita, esige di avere l’inalienabile diritto di decidere di non protrarre innaturalmente una sopravvivenza divenuta per lui solo dolore e angoscia senza speranza. Questo suo diritto non obbliga nessun altro, evidentemente, e non impedirebbe certo a chi ritiene che la propria vita appartenga solo a Dio, di fare scelte diverse, altrettanto rispettabili e legittime. Pietas e charitas: se non per il paziente inguaribile che non vuole più vivere, quando?