Da un recente Rapporto INAIL alla Camera si apprende che per la prima volta i morti sul lavoro sono in leggera diminuzione. Il numero di decessi, pur sempre drammatico, è infatti sceso nel 2010 sotto i 1000 (calo percentuale di quasi il 7% rispetto al 2009). Se è vero ciò che dice il Presidente dell’INAIL M.F. Sartori che 10 anni fa i decessi erano 1452 , si potrebbe essere almeno parzialmente soddisfatti. Tale miglioramento per Sartori è da ascriversi alla legge 122 (30 luglio 2010) che ha favorito un piano industriale atto a favorire la tutela integrata del lavoratori. E dunque sembra che qualcosa si stia finalmente muovendo nella direzione giusta. Tuttavia, se si pensa alle persone e non ai numeri o alle percentuali,  anche “soltanto” 980 morti sul lavoro (quasi 3 al giorno!) sono una tragedia: si tratta di uomini o donne, per lo più giovani o di età media, che muoiono non perché affetti da  malattia, ma solo per lavorare e sbarcare il lunario. Molto più numerosi dei decessi sono naturalmente gli infortuni sul lavoro (il rapporto è di circa 1,500 a 1 milione) e lo scenario si aggrava ulteriormente se si considera il numero verosimilmente elevato di casi non denunciati da clandestini pagati in nero, in prevalenza extra-comunitari. Aspetti umani a parte, il costo dell’infortunistica sul lavoro è una voce molto pesante. La rivista Dialogo sui Farmaci (DSF), nella sua attenta rubrica “Cane da Guardia”, riporta che nel 2005 il costo era di 45 miliardi di Euro, pari al 3,2% del PIL, una cifra, come il numero di infortuni mortali, ben superiore alla media europea. Per questo la UE ha imposto all’Italia  di ridurre gli incidenti sul lavoro del 25% entro il 2012. Data l’importanza del problema sotto l’aspetto sia dell’etica che del costo socio-sanitario, il Ministero competente ha avviato un progetto di informazione grazie al quale “promuovere un vero e proprio cambiamento culturale in cui ogni cittadino assume un ruolo attivo”. In effetti la campagna pubblicitaria avviata dal Ministero del Lavoro, con l’alto patronato della Presidenza della Repubblica, si è tradotta in una serie di spot e di manifesti apprezzabili ma di impatto piuttosto incerto. In uno di questi si vede ad es. un padre africano con il bambino in braccio, ambedue sorridenti e, sotto la foto, la scritta “Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuol bene”. DSF si chiede cosa mai essa voglia significare, tenuto poi conto che sarà difficile che lavoratori stranieri non regolarizzati, pur “volendosi bene”, pretendano qualcosa (e da chi?). Si ignora –conclude la rivista DSF- il costo di questa campagna pubblicitaria in sé lodevole, ma è impossibile non essere scettici sulla sua efficacia nel raggiungere il cambiamento culturale che si propone.