Alcuni stati negli USA, hanno imposto il “no smoking” ai medici ospedalieri, ritenendo inammissibile che la raccomandazione di non fumare sia fatta da un dottore con la sigaretta in bocca. Tale proibizione ha sollevato reazioni molto contrastanti al riguardo. I favorevoli al divieto si mostrano molto solidali e, anzi, lo stop del fumo lo invocano per tutti e non solo per i dottori, allarmati dai rischi che dal fumo derivano, in primis il rischio tumorale che tra l’altro non si limita al solo polmone. Essi denunciano inoltre che i pericoli del fumo passivo imposti dai fumatori ai non fumatori, e specie alle donne in gravidanza, sono sottostimati. Di segno opposto sono numerosi commenti rinvenibili a questo riguardo sul web, fortemente sarcastici e indignati per la decisione presa dagli stati di cui sopra. Si insiste anzitutto sul paradosso che “nel paese degli eccessi” (così viene definita l’America), dove il tasso di alcolismo è elevatissimo e dove si può comprare una qualsiasi arma esibendo la sola  carta di identità, ci si preoccupi solo del brutto esempio fornito dai dottori che fumano. In un altro commento molto “tranchant” si ritiene che il divieto e coloro che lo approvano (tra questi c’è Giuseppe Remuzzi, Primario del U.O. di Nefrologia e Dialisi, Ospedali Riuniti di Bergamo) siano espressione di  “stupidità 1 e intelligenza zero”. Altri, più aggressivi ancora, parlano di imbecillità (non si capisce bene se riferendosi al fumo o al divieto), lamentando comunque che “vietare la stupidità purtroppo non si può”. Ancora, c’è chi osserva come la storia insegni che con il proibizionismo non si va da nessuna parte e che proprio gli americani dovrebbero saperlo (ma ai “vecchi” Kennedy proprio grazie al proibizionismo non è andata poi così male!). Non pochi si chiedono pure perché non vengano allora varate norme che vietino l’attività intra-ospedaliera  anche a medici non fumatori che però abbiano altri “vizi” o comportamenti altrettanto diseducativi: dottori obesi o etilisti, o cultori della vita sedentaria o che risultino frequentatori dei “fast food” o consumatori smodati di bibite zuccherate (importanti cofattori, specie in USA, del diabete di tipo 2) . Anche questi comportamenti – si sostiene – sono esempi negativi che un dottore non dovrebbe dare. Infine, a prescindere da queste considerazioni, c’è chi considera che il divieto sia comunque un’inaccettabile limitazione della libertà individuale, sollevando l’eterno problema di quando l’interesse collettivo possa prevalere sulla libertà individuale.  E che dire poi se uno stato informa dei rischi del fumo, sanziona i fumatori nei locali pubblici ma contemporaneamente consente la vendita di sigarette e provvede alla riscossione dei relativi introiti?