La notizia dell’infermiera del Gemelli di Roma scopertasi affetta da tubercolosi (tbc) e possibile fonte di contagio per i piccoli pazienti da lei accuditi, ha sollevato grande attenzione in giornali e TV e preoccupazioni più che legittime nei genitori romani e in generale nella popolazione. Tuttavia, affinché le preoccupazioni condivisibili non diventino allarmismi ingiustificati conviene fare un po’ di chiarezza.

Ricordiamo intanto che, almeno inizialmente, il sospetto di contagio ha riguardato soltanto una neonata cui qualche giorno dopo si sono aggiunti altri due, un maschietto e una femminuccia. La positività al “quantiferon test “ (test sierologico che indica la reazione immunitaria contro il micobatterio tubercolare- BT) cui vengono sottoposti a scaglioni i neonati del Gemelli, significherebbe di per sé l’avvenuto contagio con il micobatterio tubercolare (o bacillo di Koch, dal nome del suo scopritore) ma non necessariamente malattia. Il rischio di infezione neonatale nel nostro come in altri Paesi dell’Occidente è d’altronde considerato così basso che nei neonati che  la vaccinazione specifica risulta obbligatoria( DPR del 7 nov 2001, n 465 , pubblicato in Gazzetta Ufficiale  N° 7 del gennaio 2002) solo in neonati-bambini con meno di 5 anni, negativi al test della tubercolina, conviventi o aventi contatti stretti con persone affette da tubercolosi in fase contagiosa, qualora persista pericolo di contagio. Evidentemente, i piccoli del Gemelli non rientravano in questo profilo quando ancora si ignorava la tbc dell’infermiera. Tra l’altro, risulta che l’infermiera potenzialmente contagiante si era spontaneamente vaccinata contro il BT benché per medici e  paramedici la vaccinazione sia obbligatoria per legge  soltanto se essi operano in ambienti ad alto rischio di esposizione e specie a ceppi multiresistenti di micobatteri tubercolari. Evidentemente il reparto di neonatologia del Gemelli non rientra tra gli ambienti a rischio. Nonostante pareri di segno contrario di alcuni genitori l’intervento delle autorità, a mio avviso,  è stato tempestivo e responsabile: la ricerca mediante quantiferon test di neonati eventuamentei contagiati tra marzo e luglio, inizialmente  prevista nella misura di 25 bambini al giorno, è stata portata a 150 al giorno, con il concorso di più ospedali (oltre al Gemelli, il San Camillo e Il Bambin Gesù). Ne deriva che il riconoscimento del possibile contagio sarà tempestivo e che una profilassi appropriata ed efficace sarà di pronta realizzazione, con circoscrizione ed estinzione del focolaio. Per tale motivo l’allarmismo dei genitori, comprensibile sotto il profilo emotivo, non ha ragione di essere, mentre invece il problema più generale della reale ripresa della malattia tubercolare purtroppo esiste.  Paradossalmente, nonostante la gravità di questo dato sia ben maggiore dei fatti in accertamento al Gemelli, la oggettiva recrudescenza della tbc in atto viene solitamente ignorata (con qualche eccezione) dai media e quindi dalla popolazione.

In effetti la tubercolosi,  piuttosto limitata in Occidente fino a pochi anni fa, non solo risulta in progressivo aumento,  ma soprattutto si mostra refrattaria ai classici antibiotici antitubercolari in precedenza risolutivi come isoniazide e rifampicina. Il diffondersi di ceppi resistenti è favorito dalla crescente  immigrazione, dai viaggi esotici, dal turismo sessuale (e forse dalle variazioni climatiche). In Paesi poveri la tbc è infatti diffusa,  talora endemica, e quasi 2 milioni di persone ne muoiono ogni anno. Nelle stesse aree geografiche la tbc è inoltre trattata in modo spesso inappropriato, in quanto in un’alta percentuale di pazienti, a causa dei  costi  molto elevati per chi vive nel terzo mondo, la cura non viene proprio fatta o la si interrompe precocemente, con conseguente impennata delle resistenze (che ricadranno poi anche in Occidente). I bacilli tubercolari resistenti  hanno un diverso grado di refrattarietà: sono detti MDR (Multi Drug Resistant) i ceppi che risultano insensibili ai due antitubercolari già citati, isoniazide e rifampicina; XDR (Extensively Drug Resistant) e TDR (Totally Drug Resistant) i ceppi di micobatteri resistenti “in larga parte” o “totalmente”  anche agli antitubercolari di seconda generazione. Secondo la prof. Giovanna Riccardi, Ordinario di Micropbiologia dell’Università di Pavia, I TDR sono batteri praticamente inattaccabili da qualsiasi antibiotico. La resistenza batterica è legata al fatto che i batteri sono “intelligenti”, mostrandosi capaci di mutare geneticamente proprio per sfuggire all’aggressione degli antibiotici e di trasmettere questa loro resistenza alle generazioni micobatteri che successive.  E’ come se un destinatario di posta indesiderata cambiasse furbescamente di continuo il proprio indirizzo per non farsela recapitare. Il problema della resistenza micobatterica mina non solo l’efficacia della  terapia antitubercolare: nei contagiati dal BT non trattati si registra infatti un aumento anche della sifilide e la preoccupante co-infezione del bacillo tubercolare con il virus HIV responsabile dell’AIDS, malattia per la quale manca ancora com’è noto una terapia energica e definitiva. Allarmismo al Gemelli no, allarme tbc sì.