Gli inibitori della pompa protonica (IPP), efficaci nel bloccare la secrezione acida dello stomaco, non possono avere effetti collaterali “diretti”. Essi infatti sono delle basi farmacologicamente inerti che diventano farmaci attivi solo dopo combinazione con l’acido che è prodotto unicamente da cellule speciali delle ghiandole gastriche (e infatti solo su queste gli IPP si fissano). Quando tali cellule cadono nel lume gastrico (circa ogni 3 giorni) anche l’IPP viene eliminato. In gravidanza, l’uso di IPP è più frequente perché a causa del “pancione” le donne incinte soffrono non di rado di reflusso di acido dallo stomaco all’esofago (reflusso gastro-esofageo), ed è per questo che alcuni ricercatori hanno ritenuto opportuno escludere possibili malformazioni fetali indotte dagli IPP. Poiché tuttavia è proibito per legge studiare efficacia e tossicità farmacologica direttamente in donne gravide, i ricercatori hanno dovuto ricavare dati di feto-tossicità da indagini osservazionali, valutando cioè “a posteriori” la percentuale di malformazioni nei neonati di donne che avevano assunto o meno IPP prima della gravidanza o durante i primi mesi di gestazione. Assumendo che l’uso di IPP da parte di donne incinte oscilli da 0,7% (nel primo trimestre) al 2% (nel biennio prima della gravidanza), gli autori dello studio su ben 840.000 nati vivi hanno concluso che non c’è evidenza di malformazioni fetali in donne trattate con IPP sia prima che durante la gestazione. Risultati tranquillizzanti per la donna che “aspetta”, anche se lo studio del New England Journal of Medicine solleva qualche riserva di ordine metodologico, riportate dallo stesso numero della rivista. La principale è che gli IPP sono stati considerati nello studio tutti assieme (omeprazolo, lansoprazolo, pantoprazolo, rabeprazolo, esomeprazolo), per cui la “non-tossicità” fetale complessiva potrebbe mascherare la tossicità di qualche singolo componente di questa classe farmacologica. Ciononostante, anche l’editoriale conviene che gli IPP possano comunque ritenersi sostanzialmente sicuri in gravidanza, suggerendo inoltre che l’omeprazolo sia più sicuro degli altri IPP. Su tale giudizio, tuttavia, si può avanzare qualche riserva: le molecole attive sono infatti molto simili (specie omeprazolo e lansoprazolo) o identiche (omeprazolo e esomeprazolo). In ogni modo,  ciò che conta per le donne in attesa è che un eventuale cura con IPP non comporta rischi per il nascituro, fermo restando che in gravidanza meno farmaci si assumono e meglio è. La farmacologa G. Coruzzi (Parma) ricorda infine che potrebbero esserci effetti indesiderati degli IPP indipendenti dall’azione antisecretiva (sospetti di nefrite interstiziale), ma questo non c’entra con la gravidanza.