Il caffè, che “nasce“ sulle sponde del mar Rosso intorno al XV secolo (e non in Sudamerica come qualcuno ritiene), è oggi la bevanda più diffusa nel mondo. Un bilancio dei rischi del caffè è tuttavia complicato perché esso oltre alla caffeina contiene centinaia di costituenti, per cui non sempre è chiaro se gli effetti attengono solo alla caffeina. In secondo luogo, negli studi clinici si parla non di rado di “tazze” senza distinguere tra caffè “all’italiana” e caffè “alla anglosassone”, quando invece il relativo contenuto di caffeina varia di molto: un espresso contiene ad es. meno caffeina (50-100mg) di una tazza di caffè americano (100-150mg/ 100 ml). In terzo luogo, i “caffettari” spesso bevono alcolici e fumano, per cui è problematico distinguere l’impatto sulla salute dei singoli “vizi”. E’ pure difficile definire il numero di tazze oltre il quale aumenta il rischio che rimane in ogni modo individuale e per quantizzare il quale si dovrebbe inoltre confrontare in casistica adeguata la salute dei caffettari con quella dei non-caffettari. Più abbondanti i dati ottenuti nell’animale, che per altro sono trasferibili all’uomo solo con molta prudenza. Infine, i caffè non sono tutti eguali: la variante “arabica” contiene l’0.8-1.5% di caffeina, mentre la “robusta” ne contiene l’1.7-3.5%. Tutte queste variabili concorrono ad un dilemma ricorrente nella letteratura medica e sui media: “il caffè fa male?” “il caffè fa bene?”. Pur con queste riserve si può ragionevolmente ritenere che nel bevitore sano di non più di 3 tazze al giorno si hanno solo effetti vantaggiosi, quali un aumento della vigilanza, della concentrazione e della memoria, un effetto antifatica (utile anche nello studio e nello sport), un’azione antiemicranica e, forse, anche anti-Parkinson e anti-Alzheimer (a tali dosi solo nei più sensibili si registra insonnia, nervosismo, cardiopalmo). Con meno di 5 tazzine/tazze al giorno si può comunque escludere un maggior rischio di infarto, ipertensione e ipercolesterolemia ipotizzato alcuni anni fa. Con un consumo eccessivo di caffè (6-10 tazze o più) il rischio cardiaco sembra invece plausibile, nonostante i dati al riguardo siano prevalentemente aneddotici. Più consistente, infine, benché non da tutti condiviso, sembra il rischio di una maggior frequenza di aborto spontaneo e di sottopeso nei neonati di gestanti che assumono (specie al 2°trimestre) più di 6 tazze al giorno le quali determinano un abnorme contenuto ematico in paraxantina (metabolita della caffeina). La persistenza del metabolita nel sangue è di fatto maggiore nella gravida (11 ore) e arriva a 100 ore nel feto, la cui massa corporea è evidentemente più modesta. E se il caffè viene decaffeinato? Appuntamento alla prossima rubrica.