Sindrome significa corredo di sintomi legati a cause diverse. Ai non medici, però, il termine ricorda soprattutto film di successo come “La sindrome di Stendhal” di Dario Argento, situata tra psichiatria e misticismo. Ne è stato vittima lo stesso scrittore che uscendo dalla chiesa di Santa Croce in Firenze, così si descrive: “Ebbi un battito del cuore, la vita era per me inaridita, camminavo temendo di cadere”. Di fatto, si tratta di un’eccitazione caotica percepita a volte come un’estraniarsi dal corpo di fronte ad una sublime opera d’arte. La sindrome di Gerusalemme, è invece motivata non da bellezze artistiche, ma si manifesta in turisti che visitano Gerusalemme, città emozionante per la storia e per l’atmosfera che vi si respira. La sindrome affiora in soggetti con disturbi psicotici saltuariamente presenti anche prima dell’arrivo a Gerusalemme, e dunque già permeati da un’abnorme quota mistica, che in quella città “sentono” di essere alla vigilia di un evento religioso straordinario (il ritorno sulla terra di Gesù, ad esempio) o credono di esser loro stessi il Messia. Altre volte la sindrome può pure colpire soggetti senza precedenti psicotici, nei quali i disturbi emergono improvvisi solo dopo l’arrivo in Terra Santa. Anche nella sindrome di Gerusalemme, più ancora che in quella di Stendhal, la reazione è molto varia. Certi soggetti manifestano un desiderio incontrollabile di vivere in solitudine la loro esperienza in quella città, allontanandosi da chi li accompagna, altri anelano a purificarsi vestendosi di bianco e osservando una igiene fisica maniacale, altri ancora declamano salmi, preghiere o cantano inni sacri. C’è chi insiste in sermoni a contenuto moralistico, improvvisati per lo più durante le visite ai siti sacri. La sindrome di Gerusalemme non è rarissima: tra il 1980 e il 1993 al Kfar Shaul Mental Centre sono stati avviati ben 1200 soggetti con i suddetti disturbi, di cui 470 necessitanti di cure psichiatriche ed è plausibile, con l’aumento del turismo in Terra Santa, che questa “intossicazione da Città Sacra” aumenti ulteriormente. I soggetti che ritornano in sé dopo la degenza, o spontaneamente, interpretano quanto è loro successo come una misteriosa allucinazione. Intervistati dopo il ritorno in patria, coloro che ne hanno sofferto (ebrei 65%, cattolici e protestanti 30%, religione non registrata 5%) rispondono comunque malvolentieri. Un fenomeno sconcertante, comunque, di cui i medici faticano ad occuparsi con metodologia corretta evitando di essere viziati da condizionamenti religiosi. Altra sindrome gettonata è quella di Stoccolma, decritta bene nel film “Portiere di notte” della regista Cavani, che è tutt’altra cosa, ma una Charlotte Rampling discinta vale bene una sindrome!