Dopo 40 anni di professione ogni dottore di storie drammatiche o commoventi da raccontare ne avrebbe tante, e lo scriba non fa certo eccezione. Di proposito però, segreto professionale a parte, ho da sempre evitato di parlare dei miei pazienti (pur protetti dall’anonimato) per un senso di istintivo profondo rispetto a vicende comunque non mie in senso stretto, anche se  intensamente coinvolgenti. Pure la vicenda gioiosa e straordinariamente commovente che ora mi accingo a raccontare non viola questa filosofia in quanto non è tratta dal mio archivio personale. Si tratta infatti di un momento esistenziale narrato da Luana Fana Alessano nel suo “Nico per Sempre” (Mursia) e riportato con sensibilità da F. De Fiore su “Recenti Progressi in Medicina”, ben nota rivista di cui egli è responsabile. La tenerezza e la sobrietà incisiva con cui la scena è stata descritta, mi hanno quasi imposto di trasmettere la commozione che io ho provato a chi ci leggerà.

“Oggi è sottoposto al trapianto di midollo. Da un altro cordone ombelicale il tubetto che lo collega alla sacca del midollo, scendono le gocce di sangue, ad una ad una, lentamente. Ogni goccia un po’ d’amore, ogni goccia una preghiera. Percorro avanti e indietro il lungo corridoio dell’ospedale di Perugia, in attesa che a mio figlio sia trasfusa la vita. E ricordo l’altro corridoio, nell’ospedale di Firenze, dove l’ho messo al mondo. Il parto era avvenuto con il metodo Leboyer, il parto dolce. Il bambino, per riprendersi dallo stress, è adagiato sull’addome della madre, affinché continui a sentirne il calore e il battito cardiaco. Il cordone ombelicale è reciso tardivamente, in modo da rendere meno traumatico il passaggio alla respirazione polmonare. Allora non c’erano luci accecanti. Intorno, una musica lieve. Quando mi riportarono il cucciolo ripulito, sul carrello con gli altri neonati riconobbi immediatamente la vocina potente di Niccolò che si avvicinava. Ora sono io a fare di corsa un corridoio, alle 15, quando mi dicono che posso abbracciarlo. Entro nella stanza, urto contro l’odore di medicinali misto a sangue. Lui sta bene, è tranquillo, un’espressione quasi mistica sul volto. Indossa la maglia <miracolosa> che gli ha portato la cugina Mariella e ha in mano l’immagine della Madonna regalatagli dal suo professore di italiano. Mi guarda: l’emozione ci impedisce di parlare. Finalmente gli apro il mio cuore. Sto vivendo come se tu nascessi per la seconda volta. Ma questa volta è ancora più bello”.

Mi è sembrato particolarmente coerente con l’atmosfera natalizia riportare sul giornale la toccante bellezza di madri come questa, perché troppo spesso in cronaca ci vanno solo quelle che si disfano del proprio neonato buttandolo nel cassonetto delle immondizie.