Questa lapidaria affermazione nella lingua di Shakespeare va sempre più di moda in medicina, ma cosa vuol dire? L’equazione tradotta letteralmente “di più è meno”, significa di fatto che può essere vantaggioso non esagerare indiscriminatamente con esami o terapie. Molti dati indicano infatti come un eccesso di esami e di cure spesso non riducono il peso delle patologie, non migliorano la qualità e nemmeno la quantità della vita. Il mercato della salute – rileva opportunamente la ottima rivista Janus (www.janusonline.it) – è sempre più aggressivo e invadente, per cui “capita così che un più facile accesso a informazione e servizi sia come un boomerang che colpisce proprio chi intendeva garantire meglio il benessere proprio e dei propri familiari”. Il “more”, cioè l’eccesso di dati o di terapie, risulta rischioso specie se l’informazione, con il concorso approssimato dei media è scorretta, e il trattamento messo in atto è frutto di malasanità e di posizioni antiscientifiche. Un esempio di eccesso di (dis)informazione a mezzo stampa è fornito dal Journal of Health Economics. La campagna contro la vaccinazione anti-morbillo, parotite e rosolia promossa tempo fa dal chirurgo A. Wakefield secondo cui il vaccino causerebbe problemi intestinali e autismo (evento definitivamente smentito), aveva fatto crollare il tasso di vaccinazione nel Regno Unito specie tra i ceti più colti e (dis)informati rispetto ai ceti meno scolarizzati.
L’eccesso di trattamento medico è esemplificato invece dal taglio cesareo. Negato un tempo specie alle contadine che solitamente partorivano in casa, il cesareo si è nei decenni tramutato -scrive Janus- “in esproprio alle donne dell’esperienza della nascita. La disponibilità di un’assistenza che pure è stata una conquista sociale, si è quindi tramutata in una sconfitta”. Nel caso dei cesarei il messaggio del “more is less” è particolarmente eloquente, dato che il loro numero spropositato in certe aree del sud, prevalentemente ma non solo in strutture private, non nasce da eccesso di (dis)informazione, ma da malasanità motivata da lucro inaccettabile e teoricamente sanzionabile. Che ciò sia vero lo dicono le percentuali di tagli cesarei che sono: 23% in Friuli, 28% in Veneto, 46% in Puglia, 48% in Molise, 53% in Sicilia, 62% in Campania, per arrivare al 80% di Taranto 80% e il 95% registrato alla Villa Serena (sic!) di Foggia. Il fatto che la prestazione in cliniche convenzionate sia rimborsata 1.400 euro se il parto avviene per vie normali e 2.400 se con taglio cesareo si commenta da sé. Per quanto attiene invece a controlli e sanzioni il “more is less” dovrebbe diventare “more is more” che ad sensum suonerebbe: “più si controlla e si punisce e meglio è”. Ma avviene davvero così?