Liberalizzazioni a parte, il ruolo che i farmacisti potrebbero avere nel collaborare con i medici a tutto vantaggio dei pazienti è stato trattato di recente sul New England Journal of Medicine (NEJM). Il Dr. J. Avorn dell’Harvard Medical School insiste sulla necessità che farmacisti preparati concorrano ad educare i medici circa i farmaci da loro stessi prescritti. L’invito potrebbe sembrare paradossale se non fosse che non pochi dottori vengono informati in proposito unicamente dai collaboratori scientifici, i vecchi “rappresentanti di medicine”. Brave persone questi, ma pagati per indottrinare più che per informare i dottori, essendo essi i portavoce di ciò che il direttore medico dell’Azienda, a sua volta forzato dal marketing, impone loro di dire per vendere di più. Anche per questo i farmacisti, sia intra-ospedalieri che esterni, potrebbero rappresentare un formidabile mezzo di aggiornamento per i medici, specie per quelli laureatisi molti anni prima. Viene pertanto auspicata nel NEJM l’istituzione di un team interprofessionale per migliorare l’efficienza della sanità offerta al cittadino in cui il farmacista, che informa i medici sui farmaci, dovrebbe a sua volta essere da questi aggiornato sulle malattie, sull’importanza della “compliance” (aderenza al trattamento) e sugli effetti collaterali dei farmaci. Un ruolo didattico nei confronti dei giovani medici che prestano servizio in corsia dovrebbe essere apprezzato soprattutto dai farmacisti ospedalieri. Sarebbe in ogni modo importante per NEJM che “farmacisti e medici collaborassero come partner attivi nella educazione e nella cura dei pazienti”. In pratica, tuttavia, e specie in sede extra-ospedaliera, il ruolo dei farmacisti per diverse ragioni, incluso lo scarso zelo di alcuni, rimane sottoutilizzato. Infatti, in USA, “la gran parte dei farmacisti sfruttano in pratica solo una piccola parte del loro teorico background culturale e, anche i più preparati di loro, travolti dall’attività commerciale [che riguarda oggi oltre ai farmaci una miriade di proposte di dubbia valenza medica] hanno poco tempo da dedicare al paziente”. D’altra parte, il farmacista non ha le competenze del medico e non deve certo sostituirlo, ma collaborare con lui. Questo in casi fortunati avviene, e più spesso nei piccoli centri dove “i due dottori” si conoscono e intrattengono un rapporto personale vantaggioso per il malato. C’è invece bisogno per Avorn di una formula collaborativa istituzionalizzata, non basata solo sulla buona volontà dei singoli. Purtroppo, quello del NEJM è soltanto un auspicio degli autori, la cui realizzabilità lascia piuttosto dubbioso chi scrive. Gli auspici di solito, anche da noi non solo in USA, superano di gran lunga le realizzazioni concrete.