Il diabete mellito di 1° tipo (D1) è causato dalla distruzione delle beta-cellule che producono l’insulina. Queste cellule sono situate in isolotti pluricellulari ben delimitati e presenti prevalentemente nel corpo/coda coda del pancreas. Solo quando la loro distruzione causata dall’aggressione dei linfociti T (cellule coinvolte nella reazione immunitaria che identificano le beta-cellule come “elementi estranei”) diventa di un certo grado, la quantità di insulina non è più sufficiente a regolare l’utilizzazione del glucosio. Tale zucchero aumenterà così nel sangue (iperglicemia), comparirà nelle urine (glicosuria) e sarà insufficientemente sfruttato a fini energetici dai vari organi. Un deficit insulinico lieve è asintomatico ma, quando il danno delle beta-cellule è consistente, compaiono inesorabilmente i sintomi caratteristici del diabete (aumento della sete,  dell’appetito e della diuresi, facile stancabilità). Nel corso degli anni, specie se il D1 non viene trattato (e sarà l’insulina il presidio fondamentale), il quadro clinico si complicherà  in particolare a causa del danno delle arterie in primis di rene, cuore, occhio e arti. Individuare la distruzione delle beta-cellule sin dall’esordio e monitorarne l’evoluzione potrebbe risultare molto utile. Per questo motivo ha suscitato vivo interesse la notizia, rilanciata anche da alcune agenzie di stampa laiche, che ricercatori dell’Istituto La Jolla di San Diego (California) hanno messo a punto un sistema per filmare, per il momento solo nel topo, le beta-cellule del pancreas e seguire così dinamicamente l’evolvere del processo distruttivo. Questo film è realizzato grazie ad un microscopio speciale, descritto dai ricercatori come bi-fotonico, capace di visualizzare tridimensionalmente sia le beta-cellule che i linfociti T, ossia le cellule responsabili dell’autoaggressione i quali, di norma, non si trovano nei vasi sanguigni che nutrono gli isolotti pancreatici. I ricercatori ipotizzano che la scoperta consentirà di comprendere meglio le modalità e la velocità del processo che provoca il D1. Osservando il filmato, gli scienziati hanno già constatato che la morte delle beta-cellule avviene molto più lentamente di quanto si poteva supporre in precedenza e che la loro distruzione richiede decine di milioni di linfociti T. Proprio la lentezza di questo processo spiegherebbe la lunga fase pre-clinica del D1. Grazie a informazioni così peculiari i ricercatori sperano di acquisire elementi utili per intervenire più prontamente e forse persino per prevenire l’insorgenza della malattia. Tuttavia, la trasferibilità di questi dati dal topo all’uomo e il loro l’utilizzo clinico richiede, oltre che una doverosa conferma, anche molta prudenza e tempi lunghi.