Uno studio controllato in pazienti con asma bronchiale pubblicato da poco su NEJM  ha riproposto la classica questione se è sufficiente curare i sintomi del paziente o se è bene incidere anche sui meccanismi che sostengono i sintomi. Grazie ad  un protocollo complesso 46 asmatici ben informati e consenzienti venivano trattati a rotazione con: 1. inalazione di farmaco broncodilatatore attivo (albuterolo); 2. inalazione di placebo (spray farmacologicamente inerte); 3. agopuntura attuata con punti non ortodossi scelti a caso e 4. nessun trattamento, costituito dall’attesa in ambulatorio fino all’attenuazione spontanea dell’asma. Parametro “soggettivo” di giudizio d’efficacia era il benessere sintomatico denunciato dai pazienti stessi durante i singoli trattamenti (di cui ignoravano la natura come rigorosamente vuole il doppio cieco del protocollo). Parametro “oggettivo” era l’entità dello spasmo bronchiale che è responsabile dell’asma, valutato mediante un test respiratorio (spirometria). È risultato dallo studio che lo spray sia del broncodilatatore attivo che di quello placebico, così come l’agopuntura che prescinde dai meridiani codificati, procurano ai pazienti un sollievo sintomatico significativo equivalente. Sul broncospasmo, invece, soltanto il broncodilatatore “vero” risulta efficace. Ne deriva che il rapporto tra broncospasmo e asma non è così  stretto, dal momento che trattamenti che non modificano affatto la costrizione delle vie respiratorie possono risultare altrettanto benefici della terapia che il broncospasmo lo attenua davvero. Al contrario, il non-trattamento è risultato inefficace sia sui sintomi sia sul test spirometrico. Questa discrepanza tra sintomi e modifica oggettiva del meccanismo base, che tra l’altro riconferma la potenzialità dell’effetto placebo, non riguarda solo l’asma, ma una serie di altre patologie come schizofrenia, depressione, mal di testa, mal di schiena, gonartrosi, Parkinson, alcune malattie autoimmuni e persino malattie infiammatorie croniche intestinali. Infatti, in queste ed in altre condizioni, la cura farmacologicamente attiva su uno o più fattori responsabili dei sintomi, per quanto riguarda i disturbi percepiti dal paziente risulta molte volte non più efficace, e talora persino meno efficace, dei trattamenti placebici. Da qui la disputa se è preferibile la terapia “patient-centered”, quella cioè che fa star meglio il paziente modificandone solo la percezione dei sintomi, o quella che convince di più il medico (terapia “doctor-centered”), la quale si propone non solo di alleviare i sintomi ma anche di correggerne il substrato scatenante e le possibili conseguenze a distanza. I fautori in buona fede delle medicine alternative hanno un altro studio su cui meditare.