Un paio d’anni fa mi soffermavo in questa rubrica sugli inattesi rapporti tra la gotta, malattia metabolica contrassegnata dalla iperuricemia e dal conseguente precipitare di acido urico nelle articolazioni, e alcune malattie vascolari e cardiache. In effetti, a partire dagli anni 50, molti studi clinici (con l’eccezione del Framingham Heart Sudy ben noto ai cardiologi) suggerirebbero per l’acido urico un ruolo di cofattore causale in malattie diverse dalla gotta, quali ipertensione arteriosa, coronaropatie, arteriosclerosi cerebrale. Per quanto attiene alla pressione arteriosa elevata, l’acido urico risulterebbe un elemento predittivo soprattutto del suo aggravamento. Prova indiretta è il fatto che un aumento di acido urico nel sangue si registra in media nel 40% degli ipertesi, che diventa 90% negli ipertesi adolescenti con malattia all’esordio. È Inoltre indicativo che, bloccando la sintesi dell’acido urico con l’allopurinolo (il nome commerciale più noto è Zyloric), si ottiene una riduzione concomitante della pressione arteriosa. Circa il meccanismo con il quale l’acido urico esercita i suoi effetti negativi sull’apparato cardiovascolare è possibile che tale acido alteri la funzione delle cellule che tappezzano arterie e vene (endoteli). Il danno a carico specie delle piccole arterie del rene, del cuore, del cervello sarebbe ancora maggiore in donne, diabetici e obesi. Due studi su riviste molto autorevoli, “Lancet” (2010) e “Journal of American College of Cardiology” (2011) portano altri dati a favore di un significativo effetto cardioprotettivo dell’allopurinolo e, più precisamente, di un suo effetto “anti-angina pectoris”. È infatti appurato che in pazienti con angina cronica stabile l’allopurinolo ritarda sia la comparsa del dolore toracico che delle alterazioni dell’ECG (depressione del tratto ST). Questi effetti clinici ed elettrocardiografici sarebbero dovuti al blocco da parte dell’allopurinolo dell’enzima xantino-ossidasi che riduce, oltre che il danno degli endoteli già citati, pure lo stress ossidativo rappresentato dai radicali liberi (la zavorra biologica derivante dall’attività delle cellule, incluse le fibrocellule cardiache). Resta il quesito se l’effetto anti-ischemia dell’allopurinolo comporti in concreto una minore mortalità dei malati che soffrono di insufficienza coronarica. Uno studio ad hoc, controllato contro placebo, ha confermato che nei soggetti trattati con allopurinolo è effettivamente registrabile un miglioramento di tutte le prove che riguardano l’integrità funzionale dell’endotelio, come pure un ritardo nella comparsa del dolore anginoso in malati coronaropatici sottoposti a test da sforzo. Ciò fa ritenere piuttosto probabile una minore mortalità in questo tipo di pazienti, vantaggio che tuttavia va verificato in studi clinici a lungo termine.