Il paziente con morbo di Alzheimer (A), della cui possibile parziale prevenzione si è parlato nella rubrica precedente, va subdolamente incontro a deterioramento della memoria e del linguaggio, a disturbi caratteriali e comportamentali e a confusione spaziotemporale. A un certo punto egli non riconosce nemmeno i familiari più stretti. Alzheimer, il neurologo tedesco scopritore del morbo agli inizi del ’900, ne ha pure descritto il contrassegno anatomopatologico costituito dall’accumulo intracerebrale di “amiloide”, proteina  così chiamata perché si colora con lo iodio come l’amido (che però è uno zucchero). Le  placche di amiloide, dimostrabili solo in via autoptica, comportano la rarefazione progressiva delle cellule nervose in aree del cervello che sono sede della memoria e delle funzioni cognitive. La rapidità dell’evoluzione dell’A, così come la sopravvivenza dei pazienti, è molto variabile e la terapia al momento è piuttosto insoddisfacente. I farmaci che alleviano transitoriamente i sintomi agiscono inibendo l’enzima acetil-colinesterasi, che distrugge l’acetilcolina, un mediatore liberatosi dalle terminazioni delle fibre nervose che è responsabile della trasmissione dello stimolo tra una cellula nervosa e l’altra. Nell’A l’acetil-colina è infatti carente e il blocco dell’enzima che lo degrada appare “logico”. Tuttavia, la scarsa efficacia di tale approccio ha spinto la ricerca verso terapie innovative. Di recente, ricercatori del CNR hanno messo a punto un vaccino (ottenuto per combinazione di un frammento di amiloide con una proteina batterica) capace di indurre una risposta immunitaria contro l’amiloide. Tuttavia, efficacia e sicurezza del vaccino nell’uomo sono ancora sub judice. Interessante anche l’impiego di un farmaco antitumorale di sintesi, il bexarotene,  già usato per trattare i linfomi cutanei. Una singola dose orale di bexarotene in topi nei quali si è indotto un accumulo intracerebrale di amiloide, riduce le placche già dopo 6 ore (ma con ricostituzione delle stesse dopo pochi giorni), mentre la somministrazione continuativa è seguita da scomparsa progressiva dell’amiloide. Inoltre, i topi miglioravano significativamente il comportamento e la risposta ai test cognitivi. I dati su vaccino antiamiloide e farmaco antitumorale sono dunque incoraggianti ma, come sempre, i risultati nell’animale non devono illudere prima che studi clinici controllati abbiano confermato efficacia e sicurezza di tali opzioni nell’uomo. Il bexarotene, tra l’altro, è penalizzato da effetti collaterali non trascurabili, quali dislipidemia, reazioni cutanee, ipotiroidismo. Ricordiamoci intanto che, come l’allenamento cerebrale e il movimento fisico piacevole, pure una dieta ipocalorica sembra essere un fattore protettivo (e poco costoso!).