Credo convenga tentare qualche riflessione in tema di sperimentazione sugli animali. Pregiudiziale che condivido è che non si dovrebbe arrecare coscientemente sofferenza ad alcun essere vivente “se non è strettamente necessario”. Ma è proprio sullo “strettamente necessario” che nascono aspre divergenze di opinione. Per alcuni “strettamente necessario” non esiste: gli animali non vanno toccati e basta, e la ricerca scientifica si deve avvalere di metodi alternativi equivalenti (che per altro non sempre esistono). Posizione questa che richiama il veganesimo, per cui gli animali e persino i loro prodotti (latte, latticini, uova) non vanno utilizzati nemmeno a scopo alimentare. Per altri, “strettamente necessario” significa che gli animali  possono essere usati se ciò serve a trovare rimedi alle malattie incurabili dell’uomo. Altri ancora ammettono la sperimentazione animale solo se non può essere sostituita (ma chi decide?) da altra procedura e, in ogni modo, minimizzando le sofferenze degli animali (i controlli ad hoc ci sono, ma anche gli abusi). Quando la sperimentazione risultasse finalizzata a obiettivi aleatori o rispondenti solo alla vanità dei ricercatori (e per ricerche cliniche del passato gli esempi non mancano!), essa anche per chi scrive andrebbe bandita. Tuttavia, il vietarla tout court è inaccettabile per la maggior parte dei ricercatori che non aspirano certo a somigliare agli aguzzini dei lager nazisti. La portata della sperimentazione animale si evince chiaramente dall’esempio del HIV-AIDS, uno tra i tanti. In una recente rassegna su “Scienzainrete” M. Fornasier ricorda che “nel 2010 l’HIV ha colpito 34 milioni di persone, che ci sono stati 1,8 milioni di decessi per patologie correlabili all’AIDS e che si sono registrati 2,7 milioni di nuove infezioni, di cui circa 30 mila in  bambini.” In mancanza di terapie anti-HIV il passaggio dalla infezione virale asintomatica all’AIDS clinicamente conclamata si registra nell’arco di 9-10 anni, con un successivo tasso medio di sopravvivenza di appena 9,2 mesi. Grazie alla terapia resa possibile dalla sperimentazione animale, già a partire dal 1995 si sono avuti 2,5 milioni di morti in meno, di cui 700 mila nel solo 2010. Per scoprire trattamenti anti-HIV ancora più efficaci, è stata attuata una sperimentazione sui macachi (scimmie) infettati dal virus SIV, simile a quello HIV che causa l’AIDS nell’uomo. Si è così messo a punto un vaccino attivo nei macachi contro ceppi virulenti dell’HIV umano (HIV-2). Questi gli inoppugnabili dati scientifici oggettivi, ma a nessuno è naturalmente vietato di ritenere non etico “tormentare” delle scimmie per salvare l’uomo dall’AIDS. I tre morti al giorno sul lavoro non dovrebbero però scatenare un’ indignazione almeno altrettanto consistente?