La spesa farmaceutica cresce progressivamente (per l’OCSE del 50% tra 1995 e 2005) con ripercussioni sulla spesa pubblica. Sviscerare la questione per i non addetti ai lavori non è semplice. Tra le strategie ipotizzate ci sono: 1) risparmio sui farmaci grazie al prezzo di riferimento (PR), all’uso dei farmaci equivalenti (o generici) (FE) e delle le liste di trasparenza (LT); 2) riduzione delle prestazioni non necessarie. Al PR, che è stabilito dagli Stati, i produttori possono anche non allinearsi lasciando un prezzo più alto, e lo scarto sarà allora a carico del paziente. I FE costano indubbiamente meno e il loro uso andrebbe incentivato specie in Italia, dove il volume di vendita è inferiore al 20%, contro un 70% registrato ad es. in Germania. Questo consenso tiepido è concausa di spesa aggiuntiva per i pazienti, mentre se esso aumentasse si risparmierebbero secondo Assogenerici 600 milioni di euro/anno. Per convincere i malati a preferire i FE essenziale è il concorso di medico e farmacista. Il primo deve avvisare che esistono FE  di pari efficacia che costano meno del farmaco di marca, mentre Il farmacista, se il medico non precisa sulla ricetta la non sostituibilità, deve fornire il medicinale dal prezzo più basso. Le LT, curate dall’Agenzia Italiana del Farmaco, aggiornano periodicamente su tutti i medicinali, sia di marca che equivalenti, circa dosi, confezioni, prezzo di riferimento e prezzo al pubblico. L’iniziativa è lodevole e tuttavia -come  scrive la rivista Dialogo sui Farmaci- l’aggiornamento di marzo 2012 rivela che il 33% di 245 principi attivi e il 39% delle confezioni non hanno nessuna specialità allineata al PR. Ciò significa che il medico pur sensibile al risparmio sociosanitario sarà “costretto a prescrivere un farmaco per il quale un paziente dovrà pagare la differenza”. Infine, la riduzione di esami e di prestazioni non necessarie, che consentirebbe grossi risparmi, incontra non poche difficoltà a causa del diffondersi della “medicina difensiva”, di cui questa rubrica già si è occupata. In altri termini il medico, e non solo in Italia, preoccupato di un possibile contenzioso col paziente che potrebbe accusarlo di non aver approfondito i suoi disturbi, prescrive un esame in più piuttosto che uno in meno. Pure le nuove norme nella “spending review” di luglio (in parte rientrate), che sulla ricetta prevedono l’indicazione del solo principio attivo e la monodose, mirano al risparmio farmaceutico, ma non mancano riserve e resistenze di medici e farmacisti e il giudizio sui vantaggi che ne deriverebbero sarebbe prematuro. In conclusione, risparmiare in Sanità è un obiettivo ineludibile ma molto difficile. È comunque doveroso che il risparmio non comporti ricadute negative soltanto sulle cure da erogare ai pazienti.