Nei dintorni della Medicina non può non starci, eccome!, la questione grave e complicata  dell’ILVA. Chiarirsi come stanno veramente le cose è tuttavia alquanto problematico per i non addetti ai lavori, magari bendisposti a capire ma poco informati e senza dati precisi in mano. Tre riflessioni, comunque, i cittadini  le possono pur fare.

1. L’ILVA è stata messa in piedi nel dopoguerra, mentre la diossina  nel latte, nella carne degli ovini e dei mitili è stata evidenziata dal Dipartimento di Prevenzione della ASL tarantina un paio d’anni fa (comportando l’abbattimento di circa 3 mila capi). C’è dunque un intervallo molto consistente tra attività dell’acciaieria e scoperta della tossicità. Se tale ritardo è colpa di qualcuno, sembrerebbe doveroso che questo qualcuno (uomini o enti) sia identificato e sanzionato, anche per garantire i cittadini che reati di questa gravità vanno puniti severamente. Se invece risultasse che era impossibile prevedere il rischio pro-tumorale bisognerebbe concludere amaramente che non è colpa di nessuno evitando strumentalizzazioni varie. A livello dirigenziale c’è chi ha detto, e qualcuno ancora lo afferma, che i dati più allarmanti all’ILVA non hanno più ragione di essere, mentre altri personaggi altrettanto altolocati considerano ancora attuale il rischio sulla salute espresso dal significativo aumento di tumori, specie polmonari. Se questo fosse reale, la decisione dei lavoratori tarantini sarebbe ultra-drammatica: accettare, o addirittura imporre, la chiusura dell’acciaieria per garantire la salute propria e dei propri cari, ma morire di fame a causa del lavoro che non c’è più. Il problema per fortuna è oggi all’evidenza di varie autorità responsabili benché, nella popolazione apatica del nostro Paese, tranne che a Taranto naturalmente, la sforbiciata in area di Balotelli, o il “mensile” che riceve Ibrahimoviċ dal Paris Saint-Germaine, hanno destato un clamore e un emozione ben maggiori. E sì che la chiusura dell’ILVA non avrebbe solo conseguenze umane a Taranto, ma provocherebbe gravi ricadute sull’indotto e sull’intera Italia, un addendum che in questo momento di vacche magrissime sarebbe davvero catastrofico

2. La seconda riflessione ignora le cause dell’inquinamento (evitabili o meno) e dalle soluzioni (possibili o meno) per mettere in sicurezza l’impianto in tempi accettabili. Prescinde quindi, in senso stretto, dalla cancerogenicità dei tossici industriali e riguarda invece una esigenza sentita dalla pur apatica popolazione italiota, quella di veder puniti effettivamente, almeno qualche volta e in tempi brevi, i responsabili di un disastro ambientale di qualsiasi tipo. Può trattarsi di tecnici che hanno espresso in passato magari in buona fede pareri superficiali di non rischio, o di esperti che corrotti e quindi in mala fede (come risulterebbe dalle cronache recentissime) che hanno fornito profili di sicurezza falsati. O, ancora, di politici del passato che hanno ritenuto di avviare a qualunque costo il progetto ILVA  per personale tornaconto. I  dubbi del cittadino che qualche responsabile paghi davvero, non garantito da prescrizione o da impunità comunque intervenuta, sono più che giustificati. Lo dimostra, tra i tanti esempi angoscianti, il caso diossina e quello più recente dell’eternit. Nonostante migliaia di morti registrate negli anni precedenti (50 decessi/anno) per mesotelioma (tumore maligno della pleura) da amianto/asbesto contenuto nell’eternit, e il rapporto accertato tra esposizione e sviluppo di mesotelioma, l’eternit è stato bandito solo nel 1992. Appena nel 2009 il giudice Guariniello ha iniziato a Torino il processo contro i titolari aziendali, il magnate svizzero Schmidheinly e il Barone belga Ghislain, i quali solo dopo 50 udienze, e siamo ormai al  2012, vengono condannati a 16 anni per disastro ambientale doloso. Conseguenze concrete? Nessuna.

3. Figlio io di fumatori incalliti (e molto amati) quale sono, mi posso permettere di sottolineare che una specie di ILVA travestita continua a girare per l’Europa, come lo spettro di marxiana memoria, ed è il fumo di sigaretta: In Italia più di 100 mila persone muoiono ogni anno per il fumo, la metà degli abitanti di Taranto, e circa 3 milioni nel mondo. La battaglia contro il tabacco ha guadagnato terreno proprio questi giorni In Australia, dove le Autorità hanno proibito i logos dei fabbricanti sui pacchetti di sigarette. Ma non è illogico (eufemismo!) che debba esserci qualcuno a proibirci di aumentare vertiginosamente il rischio di cancro e che non possiamo deciderlo da soli? Seguo pazienti anche over 70 che sono terrorizzati di “avere”  l’Helicobacter pylori nel loro stomaco, ma che da decenni continuano a fumare due pacchetti al giorno di sigarette sui quali sta scritto chiaramente che il fumo uccide. No comment.