La morte improvvisa (MI) di una persona ci turba in ogni caso e ancor più se si registra in giovani atleti. Tra i casi più recenti come non ricordare la MI del calciatore Morosini durante la partita Pescara-Livorno, dell’inglese Claire Squires che nella Maratona di Londra muore a 1 km dal traguardo e, tra gli olimpionici, quelle del nuotatore norvegese Alex Dale-Owen di 26 anni e di Nemanja Nesic, canottiere serbo di 24 anni. Sensibile al problema “The Heart”, un sito di riferimento per la cardiologia internazionale, ha aperto un’inchiesta sulle strategie attuate da autorità sanitarie e federazioni sportive per prevenire la MI di atleti durante le Olimpiadi. Una delle conclusioni è che il rischio più elevato gli atleti lo corrono nelle gare di resistenza. Secondo i cardiologi consultati ad hoc, durante sforzi intensi e prolungati una placca ateromatosa, non sospettabile in base ad un ECG (sia semplice che dopo sforzo), può rompersi ed embolizzare. Altri cardiologi del NHS (Servizio nazionale sanitario inglese) ritengono cofattore importante la disidratazione, in quanto causa di maggior viscosità del sangue con secondaria occlusione arteriosa. Pure il colpo di calore si considera un possibile responsabile di rabdomiolisi (danno grave dei muscoli striati come quello del cuore), iperpotassiemia e arresto cardiaco. Dallo screening attuato dall’NHS in atleti ad alto impegno agonistico emerge che difetti congeniti sono presenti nell’1% degli esaminati, con conseguente maggiore rischio di cardiopatie nei decenni successivi, e che 1 atleta ogni 300 nasconde difetti cardiaci potenzialmente letali già in età giovanile. Purtroppo, solo il 20% di questi ultimi lamenta sintomi premonitori e pertanto sono soprattutto gli atleti asintomatici che corrono il rischio di morte improvvisa (“sintomo unico, primo e ultimo”). Per minimizzare il rischio di MI durante le Olimpiadi il CIO raccomanda (ma non impone) ai Paesi membri uno screening cardiologico approfondito in tutti gli atleti partecipanti, non limitato al classico ECG a 12 derivazioni, specie se minimamente alterato. Al contrario, le 2 maggiori associazioni cardiologiche USA non raccomandano questi esami precauzionali in atleti né dilettanti né professionisti, paventando costi troppo elevati, disparità di accesso e, “falsi positivi” (pericolo di carriera interrotta per eccesso di prudenza). E da noi? Il “modello italiano” di controllo in chi pratica sport agonistico, anni addietro ritenuto all’estero troppo allarmistico (1 morte improvvisa/50.000 atleti) sta guadagnando attenzione in tutto i mondo e probabilmente verrà adottato nelle nuove linee guida internazionali. Perché non ricordare allora che a BZ c’è ottimo Servizio di Medicina dello Sport gestito con efficienza dalla Dr. Sandra Frizzera?