Il dolore retrosternale (DR) è un sintomo allarmante specie in soggetti non più giovanissimi. In USA 6 milioni di pazienti si rivolgono al Pronto Soccorso (PS) con tale sintomo per paura di un infarto miocardico. In realtà, ci sono diverse cause extra-cardiache di DR quali embolia polmonare, pneumotorace e pleurite, aneurisma aortico o riguardanti il  tratto digestivo (reflusso gastro-esofageo, esofagite, spasmo esofageo) o, ancora, la infiammazione di alcune articolazioni sterno-costali. A seconda della causa le caratteristiche del DR possono avere sfumature diverse (intensità, sede, durata, irradiazione) ma, in pratica, la clinica è spesso non dirimente. Al Pronto Soccorso, cui il paziente si rivolge, si attuano in primo luogo l’ECG (che però nelle prime ore di un infarto può non essere dimostrativo) e si controllano i test ematici di danno miocardico (in primis, la troponina). Se questi esami risultano negativi non di rado si tende ad  attribuire il DR ad un reflusso gastro-esofageo. Il gastroenterologo, d’altra parte, consultato di solito in seconda battuta, se la esofagogastroscopia e la pH-metria (esame che misura l’acidità all’interno dell’esofago) risultano normali tende a ipotizzare un’origine coronarica del DR che comunque in alcuni pazienti resterà senza spiegazione. Interessante al riguardo un recentissimo editoriale di Rita Redgber (Università della California), a commento di uno studio pubblicato sullo stesso numero di New England Journal of Medicine, sui vantaggi/svantaggi di una angio-TAC (AT) in pazienti con DR ricoverati per insufficienza coronarica sospetta, nonostante la negatività di ECG ed enzimi cardiaci. L’AT delle coronarie è una metodica non invasiva come la coronarografia, associata tuttavia anch’essa ad un consistente aumento del rischio radiologico (superiore centinaia di volte a quello di una radiografia del torace!). Il suo impiego per valutare le coronarie in pazienti con test cardiaci negativi è criticato dalla Redberg per vari motivi. Nei sottoposti ad AT i vantaggi, rispetto ai pazienti non esaminati con tale procedura, sono minimi: il ricovero è più breve di sole 7,5 ore e un controllo a 28 giorni non registra esiti diversi tra i ricoverati sottoposti e non all’AT, e ciò a fronte del costo molto maggiore di tale esame. Non ci sarebbe, insomma, “alcuna evidenza che l’Angio-TAC attuata prudenzialmente in pazienti con DR migliori  il destino di questi pazienti,  i quali solo per l’1% andranno incontro all’infarto, a prescindere dagli accertamenti subiti”. I pazienti con DR ma con ECG e troponina nella norma possono dunque considerarsi un gruppo a rischio basso di infarto che inoltre non si riduce con un esame ad alto rischio radiologico. “Less is more”, direbbero gli inglesi: meno si fa (talora) e meglio è.