I figli del Sol Levante costituiscono oggi la popolazione più longeva del mondo. La longevità giapponese è un dato inatteso riportato prontamente da un recente numero della rivista medica inglese “The Lancet”, da cui si ricava per altro che tale fenomeno è osservabile solo a partire degli anni 1950-1960. E’ solo da allora infatti che si registra un brusco calo del tasso di mortalità. Il calo riguarda in primis la mortalità per malattie infettive, ma subito dopo anche quella per malattie vascolari (ictus e infarti). I fattori che hanno concorso a questo significativo aumento della sopravvivenza sono comprensibilmente oggetto di grande attenzione per la loro possibile validità generale e non solo relativa a quel gruppo etnico. Tuttavia, l’interesse dello studio giapponese non risiede tanto nell’avere precisato i principali fattori di mortalità che, come si dirà, sono non dissimili da quelli identificati in Occidente, ma nella individuazione dei provvedimenti di politica sanitaria capaci di determinare l’allungamento della vita. Com’era prevedibile, si tratta di misure di prevenzione primaria (per impedire che una malattia affiori)  e/o secondaria (per minimizzarne le sequele, mortalità inclusa),  risultate per altro efficaci solo perché attuate a largo raggio nella  popolazione. Da sottolineare come gli interventi in Giappone per una prevenzione efficace siano stati più di uno: correggere diseguaglianze inaccettabili in ambito sociosanitario, provvedere ad una adeguata educazione specifica dei cittadini, garantire l’accesso concreto alle direttive di prevenzione e alle cure necessarie, rendere facilmente disponibili apparecchiature avanzate finalizzate a questi scopi. Queste obiettivi piuttosto intuitivi, hanno però un rilevante costo sociale e non possono essere raggiunti se non da uno Stato che abbia una visione strategica (non tattica e tanto meno “non elettoralistica”) della sanità pubblica. Questo il Sol Levante ha saputo farlo, affrontando gli stessi fattori di “rischio sopravvivenza” che gravano anche da noi. Infatti, a prescindere dalle malattie contagiose, i decessi in Giappone risultano dovuti in primo luogo al fumo e poi alla pressione alta, all’inattività fisica, a un abnorme introito di sale e alcolici, all’obesità. Hanno anche inciso positivamente sulla longevità, con un calo pure dei suicidi, l’attenuazione negli ultimi decenni delle diseguaglianze di censo, un maggiore senso di collettività, la pace stabile dopo l’ultimo conflitto mondiale terminato con l’immagine scioccante del fungo atomico. Ne verrebbe che la buona sanità, oltre che di medici, ha bisogno di una politica responsabile che guardi al domani (e non solo ai voti), spenda bene i suoi soldi e favorisca una maggiore serenità riducendo precariato e conflittualità sociale.